Proseguo con la mia carrellata di Champagne.
E' la volta del Millesimato Brut, annata 2000, di Demière-Ansiot. Siamo a Oger, cuore della Cote de Blancs. Vigne vecchie quarant'anni, vigneti provenienti dalla solaOger. E' uno dei prodotti di punta di questo piccolo produttore. Prezzo (a Epernay, da C-Comme) di 17 euro.
Uno Champagne piacevole, con il limite di una personalità non proprio debordante. Forse la bottiglia era un po' stanca, mi è successo con altri Champagne millesimati del 2000 o giù di lì: non tutti hanno la longevità dei Beaufort.
Comunque un bel vino, ottimo all'esame visivo, brillante e dal perlage impccabile.
Al naso è nettissima la nota citrina, che ritroverete al gusto. Cedro, pompelmo, addirittura limone. Un'aciditò esasperata, non bellissima a una degustazione pura, ma indicata durante il pasteggio (e questo un po' stride con l'idea di un Blanc de Blancs erroneamente ritenuto da "solo antipasto"). Ottima bevibilità, dunque.
Buona sapidità, dinamicità un po' scolastica, equilibrato. Abbastanza elegante.
La mia valutazione, anche in relazione al prezzo (ottimo), è di ***+.
Ottimo Champagne, nulla da dire. Siamo ad Ay, Valle della Marna, zona di Pinot Nero e Pinot Meunier. E' il prodotto di punta della piccola azienda di Roger Brun.
85 percento Pinot Nero, 15 Chardonnay. Tutta uva proveniente solo dai vigneti grand cru di Ay. Un Brut, lo sciroppo di dosaggio è composto da blend di annate passate con zucchero di canna 12 grammi/litro.
La bottiglia sta sui lieviti almeno tre anni. Non è un millesimato. Il prezzo, in Francia, è di 21 euro nelle enoteche. Non so si trova in Italia.
Perlage fine e persistente, giallo paglierino brillante. Al naso, anzitutto, pompelmo. Poi limone, crosta di pane. Non troppo percettibile l'arachide.
Al gusto ha discreta struttura ed è anzitutto dissetante, rinfrescante. Un piacevolissimo citrino, fresco, buona sapidità, grande eleganza e straordinaria bevibilità. Non particolarmente complesso, ma bella dinamicità.
La mia valutazione è di ***++. Ve lo consiglio senz'altro.
Nella mia continua carrellata di Champagne, tutti o quasi da piccoli vigneron reperiti presso C-Comme a Epernay, è stata la volta qualche sera fa di Colin. Opera dal 1829 a Vertus, enclave della Cote de Blancs (qui c'è anche Larmandier-Bernier, bravissimo).
Ho degustato uno dei prodotti di punta, il Millesimato, annata 2003. Un Brut, rigorosamente Blanc de Blancs, dai vigneti (entrambi Grand Cru) di Oiry (60%) e Cramant (40%). Tutti terroir dove lo Chardonnay è sontuoso.
Il Millesimé riposa sui lieviti tra i 4 e i 5 anni. Il prezzo - in Francia - è di 28 euro. In Italia, se lo trovate, non sta sotto i 45.
Ha un bel colore, giallo paglierino brillante. Perlage elegante, numeroso, persistente. Al naso, appena aperto, tradisce la liquorosità dello sciroppo di dosaggio (e questo non piacerà agli amanti del Pas Dosè). Netta la nota di amaretto, al naso e come retrolfazione. Dopo un po', ossigenandosi, lascia spazio alla crosta di pane, alla mandorla e ai fiori bianchi.
Bella freschezza, buona sapidità, ottima bevibilità. Non una grande dinamicità, carattere medio. Fine, non finissimo. Finale leggermente amaricante. Abbastanza armonico.
Uno Champagne che non ti cambia la vita, ma ben fatto e piacevolissimo, come aperitivo o con una frittura.
La mia valutazione è di ***+.
Questo è un vino onesto, tranquillo, da tutto pasto. Fatto bene.
L'ho acquistato ad Asti, in una enoteca. L'azienda è Cornarea, di Canale.
Si sa che il Piemonte non è terra di bianchi (al di là dell'Erbaluce di Caluso e del Moscato, che però fanno storia a sé).
Cornarea valorizza invece uno dei pochi bianchi autoctoni piemontesi, l'Arneis, detto - un po' impropriamente - "nebbiolo bianco".
Il Cornarea 2008 è fresco e abbastanza morbido, intenso e dai profumi di pesca bianca e acacia. Ha la morbidezza gusta, la necessaria sapidità. Equilibrato, di buona beva, di apprezzabile lunghezza.
L'ho trovato sui 12 euro, potevo aspettare (adesso andrebbe bevuta la 2007, ottima) ma mi ha convinto. La mia valutazione è di ***+.
Ve lo consiglio, rimandandovi a questa recensione di Franco Ziliani.
Ecco un grande Champagne. E' di un piccolo vigneron, Robert Moncuit. Siamo nel cuore della Cote de Blancs, a Mesnil-sur-Oger. Qua lo Chardonnay dà il meglio di sé, come dimostrano - tra gli altri - anche gli ottimi vini di Denis Bonnet-Gilmert.
E questa bottiglia ne è prova.
E' la Grande Cuvèe, bottiglia di punta dell'azienda. Blanc de Blancs, ovviamente.
Cento per cento Chardonnay.
Cinque anni sui lieviti, millesimato (questa era una 2001). Vigne con più di quarant'anni.
E' il classico Champagne droit, dritto. Verticale. Fresco, sapido. La perfezione dello Champagne "da aperitivo". Grande eleganza, straordinaria bevibilità, bella presenza (perlage, colore). Brillante, fine, intenso.
Non ha profumi complessi (su tutti il cedro, fiori bianchi e un lievito davvero netto, quasi di pasta madre per pizze). E non ha nemmeno una struttura importante: dritto, appunto. Per questo deluderà chi non ama gli Champagne di solo Chardonnay, perché "non abbastanza complessi", ma questa bottiglia nel suo genere è semplicemente encomiabile.
Io l'ho pagata 25 euro a Epernay (C-Comme), non so se si trova in Italia.
La mia valutazione, tutto considerato, è di ****.
Françoise Bedel è una delle più apprezzate viticoltrici di Champagne. In particolare, della Valle della Marna. I suoi sono Champagne biodinamici. Piccola produzione, rigoroso rispetto della terra e dei cicli lunari. Lieviti indigeni (ovviamente) e tutto quello che comporta essere biodinamici.
Nel mio viaggio estivo, l'azienda era chiusa. La trovate a Crouttes-sur-Marne. Io ho acquistato le bottiglie a Epernay, presso C-Comme, ma si trova anche in Italia tramite la società La Flute.
Qui trovate una bella recensione di Franco Ziliani.
Lo Champagne Entre Ciel et Terre (non millesimato) è il prodotto di punta dell'azienda. Ogni anno differisce un po' nella percentuale, ma la sua caratteristica principale - o una delle principali - è quella di usare una percentuale consistente di Petit Meunier. Ovvero il vitigno meno nobile dei tre della Champagne, di solito usato (se usato) solo come agente matrimoniale tra Pinot Nero e Chardonnay.
Il Pinot Meunier dona corpo e forza, ma non ha grandissima eleganza. Quindi usarlo in forma maggioritaria, come questa versione (66 percento), è un azzardo. Trentaquattro Chardonnay, niente Pinot Nero (che però rientra nell'altro vino, Dis Vin Secret).
Bottiglia con etichetta molto curata, invecchiamento sui lieviti di almeno sei anni. Prezzo impegnativo, in enoteca ad Epernay viene 39 euro, in Italia non lo troverete sotto i 55-60.
Viti vecchie trent'anni. Bel giallo paglierino brillante, perlage fine ma non troppo, le bollicine sono abbastanza persistenti e l'anidride carbonica la percepisci più in bocca che all'esame visivo (un tratto distintivo dei lieviti indigeni).
Al naso, più che la crosta di pane, arriva subito il burro di arachide, poi i fiori bianchi e la nocciolina.
In bocca è fresco e abbastanza sapido, equilibrato, non lunghissimo e con un finale un po' acido che rimanda al pompelmo. Questo finale ne aiuta la beva, ma non lo rende elegantissimo.
In conclusione, uno Champagne di corpo e carattere, anche se non troppo fine.
La mia valutazione, anche in relazione al rapporto qualità-prezzo, è di ***+.
Qualche sera fa sono stato al Cassia Vetus, un'osteria a Loro Ciuffenna, nel Valdarno aretino. Non ci andavo da un po', me lo ricordavo solo come pub. Negli anni è diventato un bel ristorante, porzioni non gigantesche (ma neanche piccole: giuste), chiara attenzione ai prodotti locali e pure un gelato artigianale di pregio. Da provare, anche per il rapporto qualità/prezzo.
La carta dei vini è molto attenta al territorio, ed è giusto. L'aretino non ha vini epocali, ma buoni (o molto buoni) sì. Il Valdarno, ad esempio, non è solo terra di Supertuscans e Merlot Galatrona, ma anche di sangiovese fresco e (nei casi migliori) ben fatto.
Con alcuni amici abbiamo provato alcune bottiglie di Mannucci Droandi, il mio produttore preferito del Valdarno aretino assieme a Paterna e Tenuta Vitereta.
Non ho mai visitato l'azienda, e a dirla tutta non ho neanche mai avuto riscontri quando ho provato a inviare mail al sito (non aggiornatissimo), ma i vini sono lodevoli. Vi segnalo la gamma di Chianti (Classico e Colli Aretini): ottimo rapporto qualità/prezzo, stando attorno alle 10 euro bevi benissimo. Bottiglie perfette da tutto pasto.
Ho poi riprovato due azzardi riusciti, Foglia Tonda e Barsaglina, entrambi vitigni autoctoni rari e solitamente usati in uvaggio dei Chianti tradizionali. Vitigni che vanno scomparendo, ma che Mannucci Droandi recupera e addirittura prova in purezza.
Sono vini non canonici, di forte alcolicità eppure freschi, dai profumi nitidi e dalla spiccata bevibilità. Un po' nervosi, non elegantissimi, ma sinceri.
In sintesi: è un'azienda che vi consiglio.
E' normale, fa parte dell'evoluzione del gusto. Da ragazzo ti accontenti, i primi vini ti sembrano chissà che e, in fondo in fondo, quel che conta mica è la qualità. E' la quantità. Il bere per bere. Per poterlo dire agli amici.
Durante la mia adolescenza, la moda era il Galestro Capsula Viola. Un bianco assolutamente anonimo, però (o proprio per questo) di moda. Oggi non lo berrei mai. Quindici anni fa lo bevevo (sempre meglio del vino della casa, addirittura alla spina: inaccettabile).
Mi è tornato in mente tutto questo nello scorso weekend. Ero al mare, diluviava e avevo i cani in auto. Dovevamo fare di fretta. Con Linda ci siamo fermati in un locale di Castiglione della Pescaia, abbiamo preso due pizze da asporto e ho cercato per accompagnamento un bianco minimamente accettabile (lo so, dovevo optare per la birra, ma c'erano solo quelli dozzinali).
Alla fine ho scelto un Greco di Di Majo. Di Majo Norante è l'azienda più famosa del Molise. Il Don Luigi è il loro vino di punta, l'impronta decisamente moderna ma ben fatta. Il Greco 2007 è uno dei loro vini di fascia bassa, appunto "da pizzeria". Oltretutto il Greco dà il meglio di sé in Campania. Quindi l'aspettativa era bassa. E infatti (*++). Il prezzo, va detto, non era poi così economico: 13 euro. Alla degustazione l'ho trovato davvero modesto: prima un'entrata dolcina, poi una sconfortante esilità di struttura e gusto, quindi una persistenza quasi del tutto assente e un finale più citrino che fresco.
Ho provato qualcosa di analogo la sera dopo. Il locale era ottimo, la carta dei vini no. Ho optato per il Maxim Brut di Ferrari, vino base (ma comunque da 20 euro) per un'azienda dai grandi numeri ma dalla fascia alta notevole (il Perlè, ad esempio). Fino a tre mesi fa non mi spiaceva. Ora, dopo tanti Champagne scoperti e mille altre perle scovate, non mi ha certo esaltato (**++).
Non c'è niente da fare. Se ti spingi "avanti", poi non torni più indietro. Come riascoltare un demo dei Timoria dopo esserti sparato tutto A Love Supreme di Coltrane.
Una settimana fa ho presentato ad Asti, su invito della Fondazione Giov-Anna Piras, il libro Vineide di Roberto Cipresso e Giovanni Negri.
E' stata una splendida serata, durante l'incontro ha parlato anche Angelo Gaja, rivolgendomi parole affettuose che ricambio.
Terminato l'incontro, abbiamo cenato in una trattoria che vi consiglio, Ai Binari, nella frazione Settime, a dieci chilometri da Asti. La gestisce Mara Bione, sommelier e appassionata genuina. A tavola, oltre agli autori, c'era il collega Bruno Violato (persona di raro garbo) e alcuni produttori vinoveristi, tra i quali Walter Massa ed Ezio Cerruti.
Ottimo il cibo, all'altezza i vini.
La cena è stata un vernissage per la l'azienda Serradenari, di Giovanni Negri. Opera a La Morra e dietro di lui c'è la consulenza di Cipresso. Il suo è il Barolo più alto di Langa. Ho degustato Chardonnay, Barbera Superiore e Barolo. Bei vini, che mancano ancora un po' di persinalità e carattere (la troveranno, azienda e vini sono giovani), ma che già adesso piacciono per bevibilità e nitidezza. Negri ha un debole per la sua Barbera Superiore (***), a me - a conferma di quanto sia soggettivo il mondo del vino - hanno colpito di più lo Chardonnay (***+, anche se la Langa non è esattamente terra da Chardonnay) e il Barolo (***+). Cipresso lo ha convinto a provare anche il Pinot Nero. Si vedranno i risultati. Intanto vi consiglio di seguire con estrema attenzione l'azienda.
A tavola abbiamo poi degustato il Timorasso Colli Tortonesi Derthona 2007 di Vigneti Massa (***++) e il Sol di Cerruti (***++): due vini di sicuro pregio.
Il Timorasso è un vitigno autoctono bianco piemontese, di culto e difficile. Massa lo declina stupendamente, in una maniera che mi ha ricordato per mineralità e ricchezza certi Riesling renani. Applausi a scena aperta.
Del Sol di Ezio Cerruti, scoperto grazie all'amico Federico Ferrero che se potesse ci farebbe il bagno, ho già parlato in questo blog. Mi limito a sottolineare, qui, come un Moscato passito (sul serio e sulla pianta, non nei capannoni) di tal tenore, in un astigiano troppo spesso vittima del Moscato dolce uguale a se stesso (non tutti sono Ca' d Gal), sia rarissimo da trovare.
Decisamente una gran serata. E un gran bere.
Scopro che uno dei Syrah più ispirati del cortonese, la mia terra, ha ottenuto 93 centesimi sia da Veronelli che su Wine Spectator. Parlo del Syrah Il Castagno annata 2007, elaborato dall'avvocato romano Francesco Dionisio (qui trovate una degustazione di Andrea Gori, annata 2006).
Sapete bene quanto poco consideri i voti delle guide, anzi diffido da Wine Spectator, preferendo di gran lunga - se proprio devo leggere dei punteggi - le recensioni dell'Espresso e di Duemilavini. Al limite anche Vini d'Italia: tutto può essere utile (ma i voti di Luca Maroni mai nella vita, e neanche quelli di Daniel Thomases - aiutoooooooooooooooo!!!).
Non conosco personalmente Dionisio, ma mi ha scritto due belle lettere, una dopo aver letto Elogio e un'altra qualche settimana fa. Persona di cultura, appassionata.
Molto prima che lo "conoscessi", reputavo Il Castagno il miglior syrah cortonese - quindi uno dei migliori syrah italiani - insieme alla produzione dei Tenimenti D'Alessandro. Il mio preferito rimane Il Bosco, che comunque costa quasi il doppio rispetto al Castagno.
Ho bevuto anch'io l'annata 2007, giusto una decina di giorni fa dal Comanchero, luogo a me molto caro (sempre nel cortonese). L'ho pagato 22 euro, ricarico onesto. Parliamo di una bottiglia che non è un syrah base. Dionisio produce "solo" Il Castagno, è quindi il syrah di punta dell'azienda e va paragonato ai colleghi di grido: Bramasole Antinori (non mi ha mai esaltato) e Il Bosco D'Alessandro. Rispetto a questi vini costa la metà, più o meno quanto il syrah D'Alessandro "base".
Il rapporto qualità/prezzo è così molto valido.
Il Syrah Castagno non è un vino da tutti i giorni, come non lo è quasi mai il syrah. In questo senso, confido di degustare presto il syrah (ancora cortonese) di Stefano Amerighi, un "vinoverista" di cui ho sentito parlare bene e che sembra fare della piacevolezza nel bere uno dei suoi vanti. Posso per ora dire che, Come bevibilità, gli preferisco il "base" di D'Alessandro, meno impegnativo e più fresco.
Dionisio non ama i vini internazionali, fa uso limitatissimo di solforosa, usa solo rame e zolfo, evita prodotti chimici invasivi. Fa uso di barrique, dalla degustazione fatta non mi pare di secondo o terzo passaggio, ma il syrah è un vitigno che solitamente si esalta con la barrique. In più ha gran colore, antociani ricchi e muscoli naturali. Non è un caso che i "puristi" non amino molto questo vitigno, reputandolo alla stregua di un Merlot-Due.
Il Syrah Castagno ha un rosso granato, carico, denso. E' consistente e assai speziato al naso. "Fascinating nose of tar, grilled meat, blackberry and plum", dice Wine Spectator (e capisco perché gli sia piaciuto). Io ci sento la spezia che deve avere (pepe) ma anche il caffè, la vaniglia, il tabacco dolce. Un tocco di cannella, in più il fruttato intenso di un mirtillo macerato, sotto spirito. Senz'altro complesso e intenso, anche se un naso "moderno": un po' dolce.
Al gusto è un vino di corpo, anzi robusto. Quasi denso. L'alcolicità è impegnativa, e qui può risiedere un limite: per bere un vino da 15 gradi, devi avere voglia e pietanze giuste. Morbido, decisamente, ma con buona acidità e sapidità. Fruttato anche in bocca, con un finale un po' dolciastro che costituisce a mio avviso il suo vero tallone d'Achille. Un dolciastro non invasivo, ma che andrebbe un po' smussato (e forse lo farà nei prossimi mesi: andrebbe aperto tra un anno).
Pronunciata la persistenza, buona l'evoluzione e la dinamicità. Un vino non certo statico né esile, di carattere ma un po' opulento e ancora in attesa di aprirsi appieno.
La mia valutazione finale è di ***+, il mio consiglio è quello di degustarlo per rendervi conto delle potenzialità di questo vitigno a Cortona. Magari confrontandolo con il Bramasole, i D'Alessandro e Amerighi.
Fatemi sapere.