Quando chiedo a Riccardo Bertoncelli perché, lui che è un rocker zappiano, non manca mai l'appuntamento al Club Tenco, mi risponde così: "E' un rito a cui sono affezionato. Magari poi la musica neanche mi piace, però sento che devo esserci e che lì sto bene".
E' consuetudine della manifestazione, in tarda serata, dare spazio a una verticale interamente dedicata a un grande produttore della zona. Un anno fa fu la volta di Bruno Gottardi e fu meravigliosa.
Quest'anno è toccato a Hofstatter. Qualche considerazione. Il relatore (e uno dei proprietari), Martin Foradori, è stato un po' freddo, spiccio, poco comunicativo. E i vini, a differenza di quelli di Gottardi, non avevano sempre una "idea comune", non solo per le annate diverse
La verticale, dal 2004 al 1989, di Barthenau Vigna Sant'Urbano Blauburgunder, ha dimostrato tra le altre cose come nelle Magnum il vino si affini molto meglio che nella classica bordolese (o borgognona, in questo caso). Hofstatter ha ancora alcuni vigneti coltivati a pergola trentina, "proteggono dal caldo ma sono più difficili da vendemmiare e potare, ormai la manovalanza è solo straniera e il guyot è molto più facile".
Per Foradori, e condivido, "Il pinot nero non andrebbe mai bevuto prima di 8 anni dalla vendemmia. E' il più bianco dei rossi, non conta nulla la sua grassezza o il suo tannino: la parola d'ordine del pinot nero è eleganza".
Hofstatter, negli ultimi anni, è stato accusato di usare troppa barrique. Foradori non ama nemmeno la parola, "barrique non lo dico mai, preferisco botte piccola", ma il senso (e gli effetti) sono quelli.
I vigneti dell'azienda dedicati al Pinot Nero sono, ovviamente, quelli dove il sole batte di meno. Il Pinot Nero detesta il (troppo) sole.
Lo scatto qualificato l'ho avvertito dall'annata 2000 in giù. Ancora da aprirsi e legnosa all'olfatto la 2004 (che si salva in freschezza), penalizzato da un effetto "frutta cotta" e una persistenza non eccessiva la 2003, scolorita e annacquata, con note verde e acide la 2002 (la meno convincente), la 2001 deve ancora liberarsi di note smaltate e non mi è parsa avere troppa tensione.
Degnissima la 2000, invece, complessa ed elegante, con una mineralità quasi esuberante e ancora molti anni davanti. Ancor più bella la 1999, un passo indietro la 1998, entrambe però con una freschezza invidiabile nonostante gli anni e quei sentori animali tipici del varietale.
La forma strepitosa delle annate 1997, 1992 e una 1989 quasi commovente ("ma il vino è strano, una bottiglia è in forma un anno, quello dopo va giù, poi torna splendida: imprevedibile") , hanno ribadito l'eccezionale longevità di questo vitigno e la "violenza" che si fa a questo vitigno quando lo si beve troppo presto (mica l'ho scritto per caso, Elogio dell'invecchiamento).
La serata si è conclusa con una cena a Trento a casa del Presidente del Fan Club Andreas Seppi, Fabrizio Maccani. Ringrazio lui, la moglie Francesca, i loro figli e l'amico Fabiano Boscolo per l'ottima pizza, i dolci splendidi, l'ancor più splendida compagnia (e, why not, l'apprezzamento convinto che hanno riservato al mio cavallo di battaglia: il Dolcetto d'Alba di Flavio Roddolo).
Perdonate l'assenza (ma tanto ci siete abituati).
Ieri sono stato a Roma, ospite di Paolo Massobrio a Pinzimonio (Alice Channel Canale 416). Non so quando la puntata andrà in onda, credo a fine giugno, ma vi farò sapere.
Prima della registrazione, un caro amico, Lazzaro Pappagallo (della Rai Lazio), mi ha portato in una enoteca in Via Padova di cui mi parlava da tempo. Si chiama Uve e forme e ve la consiglio. La lista dei vini è incantevole, con ricarichi abbastanza onesti e una scelta di bottiglie molto oculata. Di sicuro i proprietari conoscono i vini veri, magari sono pure abbonati a Porthos. Nella carta dei vini e sugli scaffali ho trovato molte bottiglie da me citate in Elogio, da Roddolo a Gravner, da Ampelio Bucci a Vignai da Duline, da Ar.Pe.Pe. a Le Boncie.
E' un luogo senz'altro da provare: carta dei vini da 9, cucina da 6.5-7.
Ieri ho scelto una bottiglia che amo molto, la Docg Valtellina Superiore Grumello Rocca de Piro 2002 di Ar.Pe.Pe. Arturo Pelizzati Perego è stato un pioniere della viticoltura valtellinese, spesso trattato da eretico perché mai alla moda e sempre ancorato a un'idea di vino territoriale. E' stato tra i primi ad avvertire il rischio modaiolo dello Sfursat, che ormai sta alla Valtellina (salvo rari casi) come l'Amarone alla Valpolicella.
Lui prima, i figli adesso, hanno creduto nella Docg meno nota ma ben più tipica e storica, la "semplice" Valtellina Superiore (quindi niente appassimento e niente super-gradazioni e concentrazioni), un po' come dovrebbe fare la Valpolicella riscoprendo il "semplice" Recioto.
Le bottiglie dell'azienda Ar.Pe.Pe. sono adorabili, di grande bevibilità, dall'ottimo rapporto qualità/prezzo. Perfetta espressione del nebbiolo di montagna, lì chiamato chiavennasca. La sede è a Sondrio. Sono vini freschi, eleganti, di giusta struttura, persistenti e mai invadenti, dai tipici sentori di cuoio e terra bagnata.
Vini mai banali, anzi fortemente personali e molto affascinanti. Oltre al Grumello Rocca de Piro (**** la mia valutazione, ancor più considerando il prezzo in enoteca, 13-15 euro, 20 al ristorante), vi consiglio il Sassella Stella Retica (13-15 euro), il Sassella Vigna Regina (22-28 euro) e il Sassella Rocce Rosse (22-28 euro).
Stasera conto di postare le mie valutazioni sulle Giornate del Pinot Nero di Egna
Ieri avevo alcuni amici a cena.
Ho deciso di aprire con loro alcune bottiglie di Dolcetto celebri per l'ottimo rapporto qualità prezzo.
La successione non era a caso. Originariamente doveva essere una orizzontale (aziende diverse, ma tipologia e annata identica), poi le provvigioni in cantina mi hanno costretto a proporre 3 annate diverse.
Sono partito con un Dogliani Docg Vigna Pirochetta 2006 Cascina Corte (***+). Vino "vero", biologico, di grande piacevolezza e bevibilità, fresco, che pecca un po' in personalità.
Poi siamo passati a un Dogliani Docg Sirì d'Jermu 2006 Pecchenino (***++), più impegnativo, cremoso, fitto, equilibrato, pastoso, di bella struttura e con una sua austerità felicemente ingentilita da un legno non sgarbato.
Quindi ho aperto un Dolcetto d'Alba Barturot 2005 Ca' Viola (****). Sono di parte, lo ammetto, ma è da sempre uno dei miei Dolcetto preferiti, fin da quando più di 10 anni fa frequentavo i ristoranti e credevo che per sentirsi Fenoglio bastasse bere Dolcetto e Barbera (il Nebbiolo era proprio quando volevi sentirti Milton ne Una questione privata). Ancora oggi è un Dolcetto che adoro, più del (buonissimo) Vilot e nonostante un'annata (la 2005) non eccelsa. E' elegante, ha bei profumi fruttati, buona persistenza, grande gradevolezza.
Abbiamo quindi chiuso con un Dolcetto d'Alba Superiore 2004 Flavio Roddolo (****+), che in quell'annata ha dato davvero il meglio di sé, per un surplus di terrosità e "vena sanguigna" che lo rende più profondo, conturbante e vivo dei suoi parigrado.
Si tratta di bottiglie che rientrano nella fascia di prezzo 10-15 euro.
E' stato un bel bere.
Dal nulla è poi spuntata una Torta Pistocchi (una delle palesi dimostrazioni dell'esistenza di Dio). Non ero pronto e, colto di sorpresa, ho aperto un Sauternes "da supermercato", uno Chateau Caillou Grand Crù Classè 1999. Niente di trascendentale (***), col cioccolato ci perdeva, ma ho conosciuto penitenze peggiori.
Domani sarò alle Giornate del Pinot Nero.
Giovedì e venerdì prossimo parteciperò alla decima edizione delle Giornate del Pinot Nero a Egna e Montagna (Bolzano).
E' una manifestazione che mi piace molto, proprio sulla mia visita di un anno fa - e sulla degustazione strepitosa della verticale di Bruno Gottardi - ho incentrato il capitolo di Elogio dedicato al Pinot Nero.
Quest'anno parteciperò come immeritevole ospite d'onore. Alle 14 presenzierò alla cerimonia di premiazione del 7º Concorso del Pinot Nero d’Italia, che si terrà a Castel d’Enna, maniero trecentesco che sovrasta il paese di Montagna (solitamente non aperto al pubblico).
Dalle 14.30 sarà possibile degustare i 72 Pinot Nero italiani dell'annata 2005 ai banchi d'assaggio (ci sarà anche qualche straniero, Borgogna compresa), presso la Scuola di Egna.
Alle 19 avrà luogo, presso la Sala Parrocchiale di Egna, una verticale a numero chiuso - e già esaurita - di 10 annate di Pinot Nero Barthenau Vigna S.Urbano della Tenuta J. Hofstätter. Sarà Martin Foradori a guidare le degustazioni.
Alloggerò presso il Goldener Löwe di Montagna.
Se ci sarà modo, a cena sarò ospite del Presidente del Fan Club di Andreas Seppi a Caldaro, tennista che notoriamente ritengo più addormentante e soporifero di un piano sequenza di Abbas Kiarostami (il che non vuol dire che Seppi e Kiarostami non abbiano doti; ma il piacere è davvero un'altra cosa).
Appena potrò, vi racconterò questa degustazione.
Stay tuned.
Ieri sono tornato con Linda alla Tana degli Orsi, luogo incantato di Pratovecchio.
Avevo una gran voglia di Barbaresco, il "Barolo femmina", prodotto in 3 comuni a nord-est di Alba (Barbaresco, Treiso e Neive, più la frazione San Rocco di Senodelvio). Il personaggio storico più noto della zona è Publio Elvio Pertinace, imperatore di Roma per poco più di tre mesi con scarsi risultati (tentò di riportare ordine nell'Impero in declino, ma ne uscì scornato). Fortunatamente la storia ampelografica della zona è stata più fortunata.
Prima di scegliere, mi ero nuovamente letto le riflessioni di Franco Ziliani sull'annata 2004.
In Elogio cito una frase storica dei langaroli, che fa più o meno così: "Il Barbaresco è un vino splendido, che non tradisce mai, ma per l'ultima serata della tua vita serve un Barolo". Dice tutto: il Barbaresco è un grandissimo vino, elegante, in qualche modo più facile, dal livello medio senz'altro alto (e deve molto al suo produttore più noto, Gaja). Un vino "femmina" con meno storia del Barolo, e quindi maggiormente disposto a modernizzarsi - spesso con giudizio.
Una delle aziende che preferisco è la piccola Serafino Rivella, artefice del Barbaresco Montestefano di Teobaldo Rivella (fratello di Guido, storico braccio destro di Gaja). Ne ho degustato mesi fa una bottiglia di 2004 proprio alla Tana degli Orsi, rimanendone particolarmente colpito. Tra i nomi che non posso non menzionare della zona, ci sono senz'altro Gaja (prezzi a parte), Bruno Giacosa, Vietti, Cisa Asinari, Fiorenzo Nada, Ada Nada, Fontanabianca, Michele Chiarlo, Fratelli Giacosa, Ceretto, Michele Taliano, Rizzi, Montaribaldi, Castello di Neive, Castello di Verduno, Cascina delle Rose, Rivetti e Produttori del Barbaresco (in particolare il Vigneti in Moccagatta).
Ieri ho optato per un Rombone 1997 di Fiorenzo Nada. I vigneti di Rombone, a Treiso, sono uno dei cru più decantati del Barbaresco (altri sono Rabajà, Basarin, Bricco Asili, Moccagatta). In carta l'ho trovato a un prezzo molto competitivo (non una novità per la Tana), 44 euro.
Un vino in splendida forma (****). Mi ha colpito la grande mineralità. Barrique smaltita, morbido ma di buona freschezza; grande struttura, persistente, equilibrato, fine. Intenso e complesso all'olfatto, con note di frutta rossa macerata (mirtillo, mora), pepe verde, viola appassita, cuoio, note balsamiche. Tannini felicemente gentili, ormai "assorbiti" dall'evoluzione.
Uno di quei (pochi) vini per i quali puoi usare la parola "rotondo" senza imbarazzi.
Sabato 3 maggio ho partecipato con Paolo Massobrio e Marco Gatti al wine tasting del Rossese di Dolceacqua. L'incontro si è svolto all'interno dello splendido Castello dei Doria di Dolceacqua (Imperia). C'erano molti giornalisti, produttori, televisioni. In serata ho soggiornato alle splendide Terme di Pigna. Tutto molto bello, a parte il Vermentino Giuncheo della cena, lo Sciac-trà inopinatamente servito con il dolce (trattasi di rosato secco, non del dolce e prezioso Sciacchetrà) e soprattutto a parte la fila terrificante che ha inchiodato me e Linda sulla Ventimiglia-Savona per cinque ore la domenica pomeriggio.
Le bottiglie da degustare erano 27, undici 2007 e quindici 2006 (il 27esimo era un Superiore 2005 di Giuncheo). Il Rossese è un vitigno autoctono ligure, il più noto della regione tra i rossi (o più che altro l'unico, a meno che non si voglia far passare per autoctoni il Dolcetto di Ormeasco e la granaccia, versione ligure della grenache provenzale, della garnacha spagnola, del Tocai Rosso veneto e del Cannonau sardo).
E' un vitigno dal colore rosso rubino non carico, caratterizzato da sentori di rosa e pepe, non troppo tannico, di gradevole bevibilità, non particolarmente adatto all'invecchiamento e con un finale piacevolmente (se fatto bene) amaricante. Un vino non impegnativo, da tutto pasto (soprattutto con la cucina ligure di terra), ma estremamente originale. Studi ampelografici ne hanno sottolineato l'unicità, riscontrando al massimo dei tratti in comune con la mourvedre, un vitigno francese a bacca rossa alla base della Aoc provenzale Bandol. Probabilmente è arrivato in Liguria grazie alla famiglia Doria, dalla Francia. Ha attecchito pressoché esclusivamente a Dolceacqua, anche se come uvaggio rientra nel Rosso Riviera Ligure di Ponente. Napoleone ne era un grande estimatore. La Doc Rossese di Dolceacqua è l'unica Doc ligure interamente dedicata al Rosso.
L'annata 2007, per quanto più difficile, mi ha convinto più della 2006. Anche qui qualche produttore ha una concezione americana di vino, e quindi mi sono trovato davanti dei Rossese fastidiosamente concentrati e morbidoni, con sentori di caffè e per nulla territoriali (Enzo Guglielmi, Ornella Raimondo, Luigi Rubino). Altri avevano sentori strani, quasi di salame (Riviera dei Fiori). E qualcuno mi ha deluso totalmente (il Superiore 2006 di Adriano Maccario, un Rossese decisamente "sagrantinizzato").
In genere ho trovato prodotti non simili tra loro, e questo può anche essere un pregio, perché significa rispetto della diversità. Ma può anche significare non avere le idee chiare: i produttori mi sono sembrati divisi tra americanisti, "dilettanti" (vino del contadino) e coerenti viticoltori sulla buona strada.
Tra i miei preferiti, perché franchi e di felice serbevolezza (eh?), ho appuntato il 2007 di Lupi (azienda più nota per Pigato e Vermentino), poi subito dietro le annate 2007 di Fratelli Gajaudo (malino però l'Arcagna 2006, acido e al tempo stesso con fastudioso finale dolce), Tenuta Anfosso (il base più del Luvaira) e il Terre Bianche (anche qui, più il base del decantato ma un po' deludente e dolciastro Bricco d'Arcagna 2006).
L'annata 2006 mi ha convinto di meno, tutta un po' appesantita da legni e spezie dolciastri (forse il trend "emancipazionista" non era ancora stato intrapreso). Migliorabile ma lodevole il biologico 2006 di Danila Pisano, con un accenno di "puzzetta" da limare ma senz'altro rispettoso del vitigno. Menzionabile anche il Vigneti delle Arcagne 2006 di Antonio Abele e il 2006 di Antonio "Nino" Tornatore. Attardati gli altri, spesso deficitari in identità (Foresti), tensione, franchezza (dolciastro Giuseppina Tornatore, caramellato Poggi dell'Elmo) e persistenza (che non può essere quella di un Barolo, ma che forse può spingersi oltre). Il Superiore 2005 di Giuncheo mi è parso già un po' stanco e non felicissimo sul piano olfattivo; la 2006 che avevo degustato giorni prima in casa mi aveva convinto di più.
La velocità del wine tasting (27 vini in 1 ora...) non ha aiutato la concentrazione, senz'altro gli ultimi campioni sono stati danneggiati dalla scansione temporale.
La mia sensazione finale è che i produttori di Rossese di Dolceacqua stiano lentamente trovando la loro strada, con fatica ma anche con coraggio, americanisti (in minoranza) a parte.
E' senz'altro un vino da scoprire, e da scoprire in loco: La produzione è limitata e le caratteristiche del vino fanno sì che vada apprezzato con la cucina ligure. Provatelo.
Stamani ho partecipato a Stella, il programma in fdiretta dal Teatro Parioli in Roma di Maurizio Costanzo, su SkyVivo (canale 109). Abbiamo parlato di Ve lo do io Beppe Grillo. E' stato molto gentile, lo ringrazio.
Sempre stamani, su La Stampa, Paolo Massobrio (che spesso parla di me nella sua lettera giornaliera di Golosaria) mi ha citato dicendo che, quando vuole rilassarsi, va per blog e uno dei primi che legge è il mio (quando mi ricordo di aggiornarlo). Lo ringrazio una volta di più, anche per avermi invitato due settimane fa al wine tasting della nuova annata di Rossese di Dolceacqua (lo so, ve ne devo parlare, prometto che lo farò). Paolo è in onda da alcune settimane su Alice (ogni venerdì sul canale 416 Sky) con il nuovo programma Pinzimonio, di cui sarò presto ospite. E' una delle persone che più stimo dell'ambiente enogastronomico.
Massobrio, nell'articolo di stamani, parlavo del Leclisse, un Super Lambrusco fatto con Sorbara in purezza, annata 2007, della Cantina Paltrinieri. I produttori - Alberto e Barbara - sono una coppia che ho conosciuto durante la presentazione a Volta Mantovana. Operano a Sorbara, nella zona (altamente vocata) del Cristo. Mi hanno fatto avere le loro tre tipologie, Etichetta Bianca (Sorbara in purezza), Etichetta Gialla (70% Sorbara e 30% salamino) e appunto il Leclisse, alla sua prima uscita. Li ritengo prodotti convincenti, fedeli espressioni del Lambrusco meno colorato e più esigente (ma anche più elegante) tra la variegata e ahinoi misconosciuta famiglia di Lambrusco: il Sorbara, appunto. Grandissima acidità, colore tendente al rosato, buona sapidità e una grande capacità sgrassante. Tipici, franchi. Di impostazione (deliberatamente) reggiana l'Etichetta Gialla, reso in qualche modo più facile dal taglio con Salamino; per le grandi occasioni (sempre relazionate a una cena da Lambrusco) l'ambizioso Leclisse, che intende rivaleggiare con i Super Lambrusco della zona senza però eccedere in mire estetizzanti: una bottiglia che non tradisce mai l'Etichetta Bianca, forse la mia preferita delle tre: senz'altro tra i Lambrusco di Sorbara più meritevoli di Modena.
Ve li consiglio. Bravi Alberto e Barbara.
Stasera sarò al Teatro Dante di Sansepolcro per moderare un dibattito con l'ex calciatore Carlo Petrini, alle ore 21: prima ci sarà il (bel) monologo teatrale ispirato alla sua autobiografia, Nel fango del Dio pallone. Un'occasione da non perdere, per chi è in zona.
Nei prossimi giorni vi darò i dettagli sulla mia presenza alle Giornate del Pinot Nero (Egna e Montagna, Bolzano) il 22 e 23 maggio.
A giorni vi parlerò di un "Appello" che farà molto discutere nel mondo del vino, e di cui sono uno dei primi firmatari.
Infine, chi fosse interessato può trovare qui il mio ultimo servizio per Victory (La7), un editoriale piuttosto urticante e poco accomodante su Marco Materazzi.
Stay tuned.
P.S. Grazie agli amici di Candiana per la bella serata di sabato scorso. Mi spiace non essermi fermato anche domenica, ma il lavoro mi ha portato a San Siro, dove ho assistito all'ennesimo psicodramma nerazzurro-morattiano.
Domani sera, alle 20, sarò ospite di una cena-presentazione di Elogio dell'invecchiamento a Candiana (Padova). Con me ci sarà anche la delegazione Ais di Padova e il delegato Stefano De Marchi.Ristorante Cantine Renier
Pontecasale di Candiana - Via Liston
Menù cena
10 maggio 2008
Aperitivo
ramequin, olive ascolane, formaggio a spicchi e stuzzicheria varia
vini
Custoza Brut, DOC Custoza, Tenuta S. Leone, Azienda Rizzi
Chardonnay brut, DOC Colli Euganei, Cantina Borin Vini e Vigne
Primi piatti
Risotto alle fragole
vino
Gewurztraminer Crescendo 2006, DOC Alto Adige, Cantina Ritterhof
Bigoli all'essenza di selvaggina
Merlot Rocca Chiara Riserva 2004, DOC Colli Euganei, Cantina Borin Vini e Vigne
Secondo piatto
Sella di vitello con
pomodori gratinati, verdure grigliate e patate al forno
vini
Quattro Vicariati 2004, DOC Trentino, Cavit
Pajagal 2005, DOC Barbera d'Alba, Marchesi di Barolo
Dessert
tris di dolci
vini
S. Vigilio, liquoroso, Cavit
-----°°°°-----
Acqua, caffè e liquori
grappa di monovitigno Röner
Tutto pensavo, nella vita, fuorché "festeggiare" un compleanno (il 34esimo, sigh) con Filippo Facci e Maurizio Gasparri. Devo ammettere che conosco compagnie migliori.
Il "caso" Beppe Grillo continua a fare discutere. Ieri mattina ho partecipato ad Omnibus, il programma di La7. Stasera sarò a Matrix, su Canale 5, in una puntata interamente dedicata da Enrico Mentana all'analisi del fenomeno Grillo. Ci saranno anche Maurizio Gasparri e Antonio Di Pietro.
Lo scorso weekend sono stato alla degustazione del Rossese di Dolceacqua, svoltasi nello splendido castello. A moderare il wine tasting c'era Paolo Massobrio. Io e Linda abbiamo degustato le 27 bottiglie di Rossese (!): presto vi segnalerò le mie valutazioni (per quel che valgono).
Sabato sera, alle 20, sarò a Candiana per presentare Elogio dell'invecchiamento.
Stay tuned.