In questo post voglio consigliarvi un'azienda dei Colli Euganei che mi ha colpito. Si chiama Monteforche e vinifica a Zovon di Vò (Padova). Il proprietario è il giovane Alfonso Soranzo, che ha un'idea molto "manuale" e "porthosiana" di vino e viniificazione.
Monteforche ha partecipato anche a Wineuganea. Il suo bordolese (Vigna del Vento 2006) era ancora giovane e non mi aveva particolarmente colpito. Ho però avuto modo di degustare 2 bianchi dell'azienda, che ho trovato ben fatti. Parlo del Cassiara 2006 (Garganega e Malvasia, ***) e soprattutto del Vigneto Carantina 2006 (***+), garganega in purezza, che mi ha convinto per la grande personalità, la riconoscibilità e una mineralità decisamente rara. E' un vino che non lascia indifferenti, che non si beve con distrazione ma che colpisce, e questo a mio avviso è sempre un bene (a meno che non ci si trovi di fronte a una inutile eccentricità: non è questo il caso).
Monteforche realizza anche un Moscato Vendemmia Tardiva, un Pinot Grigio e un Cabernet Franc di cui ho degustato l'annata 2006 (troppo giovane: rivedibile).
La produzione non è considerevole (di Cassiara si realizzano 3mila bottiglie, per capirsi). E' un vino che va scoperto in loco. Una piccola realtà, in crescita e non ancora al top, da seguire con interesse.
Giovedì prossimo parteciperò al Laurorum Nox della sezione Ais di Arezzo, "il momento in cui la storia della Delegazione incontra il suo presente per scrivere le pagine del futuro".
La serata si svolgerà a Villa Barberini, Meleto Valdarno, Cavriglia. Qui trovate locazione e menù.
Durante la serata mi verranno consegnati il Diploma di Degustatore Ufficiale e quello di Comunicazione. Entrambi i passi (non facili, soprattutto il primo) sono necessari per diventare Relatore Ufficiale, la qualifica cioè di chi svolge le lezioni agli aspiranti sommelier.
E' un passo che prima o poi farò, già ho nella testa le lezioni per le quali mi piacerebbe prendere la qualifica (al primo posto: Viticoltura in Valle d'Aosta e Piemonte, lezione uno del secondo anno).
Queste serate servono soprattutto a stare insieme. L'unico aspetto "negativo", per uno come me, è la divisa obbligatoria, con tanto di cravatta, ma per una volta farò questo sforzo.
P.S. Domani vi parlerò di una piccola azienda veneta, porthosiana, che secondo me merita.
Sapete qual era uno dei bianchi preferiti da Gino Veronelli? Il priè blanc, un autoctono valdostano, raro e riconoscibilissimo, fresco e fragrante, squisitamente citrino (in questo senso vi consiglio il Rayon e il Vini Estremi, entrambi di Cave du vin blanc de Morgex et de la Salle).
In Valle d'Aosta la viticoltura è detta eroica, è qui la Doc bianca più alta d'Europa (il Blanc de Morgex et de la Salle, appunto). Produzione ovviamente limitata, in giro per l'Italia non li trovi (se non certe etichette di Les Cretes) e devi andare a comprarli là, ma è una delle regioni da scoprire. Molto ricca di autoctoni, soprattutto rossi: Cornalin, Mayolet, Fumin, Premetta, Crovassa, Vuillermin, Petit Rouge.
Mercoledì scorso sono stato a Chatillon per il concerto (non esaltante) di Bob Dylan. Ho colto l'occasione per una piccola scorta. A due passi dal casello autostradale Chatillon-Saint Vincent c'è un buon negozio di prodotti tipici, si chiama Lo Crotten. Qui ho fatto scorta di ottimi formaggi (Petit Combin, Carrou, Vecchio Camolato, Toma Valpelline, Fontina, Blu) e, appunto, vini locali. Ventiquattro, per l'esattezza, delle aziende più blasonate: Les Cretes, Institut Agricole Regionale, Fratelli Grosjean, La Kiuva, Caves Cooperative de Donnas, Cave des Onze Communes, Co-Enfer, La Crotta di Vegneron, Maison Anselmet.
In questi giorni ne ho degustati due, che vi consiglio. Il primo si chiama Ancestrale ed è uno spumante gamay in purezza. Il gamay è il vitigno borgognone che dà vita al Beujolais: da noi sarebbe poco più di un novello, i francesi sono riusciti a tramutarlo in un (quasi) mito. Il gamay non è un autoctono valdostano, ma qui viene bene: ne nasce uno spumante fruttato (anzitutto fragola) e floreale (viola), con un finale piacevolmente dolciastro e una bevibilità furbetta ma invitante (***+), buon compagno di tutto pasto se lo abbinate a salumi e formaggi non troppo stagionati (men che meno erborinati).
Dell'Ancestrale mi piace anche il fatto che rientra nel progetto Quattremillemetres, un'etichetta che raccoglie 3 aziende leader della spumantizzazione valdostana (Cave du vin blanc de Morgex et de la Salle, La Crotta di Vegneron e Cooperative de l'Enfer d'Arvier). Rientrano nel progetto l'Ancestrale e due spumanti bianchi, il Fripon Extra Dry (65% priè blanc e 35% Muller Thurgau) e il Refrain Dry (75% Muller Thurgau e Muscat, 25% Petit Rouge e Prié blanc). Il logo raffigura Monte Bianco, Cervino e Gran Paradiso, a ribadire il legame con le alte quote.
Non ho provato il Fripon, mentre il Refrain (**) non mi ha convinto appieno, in quanto disarmonico (da una parte il dolciastro del moscato, dall'altro l'acidulo di priè blanc, e la nota "asetticità" del Muller Thurgau non aiuta certo la complessità olfattiva).
L'altro vino che (ancor di più) vi consiglio è il Mayolet 2005 dell'Institut Agricole Régional, centro didattico-sperimentale che ha però anche un (validissimo e vario) settore produttivo. Le belle etichette dello IAR sono dell'artista Francesco Nex. Per quel che vale, il Mayolet 2005 è stato definito miglior vino rosso valdostano nell'ultima edizione della Guida Espresso. Di sicuro è un ottimo prodotto (dal prezzo vantaggioso, 9-10 euro). I vini valdostani rossi non hanno mai una struttura eccessiva, che non vuol dire però esilità: hanno profumi eleganti (beneficiano della forte escursione giorno/notte), sono fedeli a se stessi e soprattutto sono diversi. Lo è anche il nebbiolo, che qui chiamano picoteneur e cresce in altura, dando vita ai Donnas (un nebbiolo da provare senza se e senza ma, anche solo per notare la differenza con il nebbiolo langarolo, con la spanna novarese/vercellese e con la chiavennasca valtellinese).
Il Mayolet (***++), vitigno autoctono molto raro (la sua uva è rosa, più che rossa), ha colore porpora con riflessi rubino-granati, al naso percepisci anzitutto il lampone ma col tempo anche una nota speziata (pepe bianco) e una bella terrosità. In bocca ha tannini (naturalmente) gentili, morbido e fresco, equilibrato, mediamente persistente, alla lunga un che di "sanguigno" e una struttura giusta, non invadente: una sorta di Pinot Nero senza le ambizioni (e la propensione all'invecchiamento) del Pinot Nero (che, tra parentesi, in Valle d'Aosta viene benino). Un vino stupendamente serbevole, che si beve senza accorgersene, e che tradisce l'importante alcolicità (14 gradi) solo al naso, con una riconoscibilissima (ma non fastidiosa) frutta sotto spirito.
Lunedì scorso ho partecipato a Capolavori a tavola, l'appuntamento con i prodotti "veri" creato da Simone Fracassi. Nel pomeriggio, al Castello dei Conti Guidi di Poppi (Arezzo), c'è stato un convegno sul concetto di vero e di falso nella cucina (e non solo). A parlare, tra gli altri, Beppe Bigazzi, Marco Bistarelli e Roberto Rubino.
In serata, nell'incantato e meraviglioso scenario di Borgo Corsignano (una delle molte perle casentinesi), c'è stata la vera e propria cena.
Simone Fracassi è giustamente conosciuto come il "Re della Chianina". La sua macelleria, a Rassina, ha lunga storia (dal 1927). Dice che non smette mai di "accarezzare i suoi figli" (cioè stuccare i prosciutti). Li cura come cose sacre. Non ha un carattere facile, come quasi tutti gli aretini.
L'ho conosciuto nel 2002 e poi 2003, curava il "catering" dello storico notturno enogastronomico del Premio Sporterme a Bagno di Romagna. In quelle nottate si beveva e mangiava di continuo, gli anfitrioni erano Gianni Mura, Bruno Pizzul e Giovanni Galeone. Ho ricordi indelebili. Ci ho lasciato il cuore, e pure un po' di cistifellea. Fracassi gestiva il tavolo degli affettati e ogni tanto litigava con Paola Mura (moglie di Gianni) che si lamentava di come i casentinesi usassero per forza l'aglio (Paola è allergica) per stagionare il prosciutto.
Come tutte le persone "famose" e "scontrose", Fracassi divide: chi lo ama, chi lo odia. In questi casi, più che l'uomo (di cui non potrei che testimoniare bene, per quanto lo conosco), parla la sua opera: e i prodotti di Fracassi sono, semplicemente, superbi. Quando devo organizzare cene a base di carne, mi affido a lui (o a mio padre, che lavora da quelle parti): una garanzia. Fracassi, poi, ha un pregio che lo rende decisamente più gradevole di Dario Cecchini, "il poeta della bistecca alla fiorentina" che opera (tra una comparsata televisiva e l'altra) a Panzano in Chianti: non declama romanze, non ti fa venir voglia di invadere la Polonia quando lo vedi, e ha un ego decisamente meno ingombrante.
Ambizioso e ormai nome di culto nell'ambiente enogastronomico, Fracassi ha creato da qualche anno un appuntamento (gratuito e a inviti) che ha chiamato Capolavori a tavola.
Quest'anno mi ha invitato e sono andato. Mi è piaciuto.
A colpirmi di più è stato il pre-cena. Tanti piccoli stand, ognuno dedicato a un prodotto tipico (in genere presidi Slow-Food) e un vino (o birra) da abbinare, serviti dall'immancabile e inappuntabile Ais.
Ricotta e raviggiolo della "Tenuta Vitereta" di Arezzo con chardonnay Ca' Pescina (sempre di Vitereta); Battuta al coltello di Chianina I.g.p. Macelleria Fracassi (cucinata da Alberto degli Innocenti del Ristorante Tirabusciò di Bibbiena) con Prosecco Extra Dry Prima Volta Cantina al Goto; Culatello di Zibello D.o.p Antica Ardenga con Ferrari Perlè; Pezzente e Caciocavallo Podolico di "Sapori Mediterranei" (Basilicata) con Champagne Marie Stuart Brut Tradition; Pitina "Macelleria Bier" e Prosciutto San Daniele Dok "Dall'Ava" (entrambi del Friuli) con Birra The Original Fly "Zago". E a margine, la Ciaccia del Cecca e del Conte cotta nel forno a Legna.
Bastava e avanzava per rimanere (largamente) soddisfatti. Ho percorso più volte - con piacere crescente - il sentiero laico che conduceva allo stand della Basilicata (pazzesco, il caciocavallo!) e alla Ciaccia (focaccia, per i non aretini). Ho confermato il mio plauso per il Ferrari Perlè (che nulla aveva da invidiare al pur buono Champagne) e ho trovato - finalmente - convincente un Prosecco, piccolo e appena nato, ma dall'avvenire sicuro (Al Goto).
Il giovane produttore mi ha raccontato che qualche anno fa la nota esperta di vini Paris Hilton è calata in Valdobbiadene col suo elicottero, le sue guardie del corpo, si è frugata in tasca e ha pagato 4 milioni di euro il Consorzio per farsi fare un Prosecco in lattina, da servire nei suoi alberghi e da bere con la cannuccia nei party più alla moda (trovate tali elettrizzanti scene anche su youtube). E poi mi dicono che a volte sono troppo nazionalista - io!!! - sul vino...
La cena, intendo a tavola, a quel punto è stata quasi superflua, nonostante la bravura (nota) dello chef Paolo Teverini, che ha però puntato (quasi) tutto sull'agnello (del Casentino), pietanza che detesto neanche cordialmente e che bandirei dalle tavole di tutto il mondo.
I vini a tavola erano il Pian di Nova 2005 (50% sangiovese e 50% syrah) della Tenuta Il Borro di Salvatore Ferragamo (presente alla cena) e il Desiderio 2005 (merlot non in purezza) di Avignonesi. Per nulla convincente Il Borro (*+), che proprio non riesce a fare (o più esattamente non vuole) un vino che non sia "moderno" nella sua accezione più deteriore (boh, sarà la vicinanza con James Suckling). Rischio invece i fischi della nicchia, ma il Desiderio (***) è sì balsamico e mentolato quasi come un dentifricio Durbans, ma è merlot ben fatto, accattivante ma gradevole (almeno al primo bicchiere): se deve essere modernità, che almeno sia fatta bene (cribbio).
Gran finale con lo stand (lisergico) di formaggi piemontesi di Gian Domenico Negro "Azienda Arbiora", serviti con mieli e marmellate di Caffè Sicilia di Noto (Corrado Assenza); al bicchiere, i Vin Santi della Tenuta Setteponti di Arezzo. Chiusura con l'Antico Sigaro Toscano di Stefano Fanticelli.
Nove a materie prime, scenario e logistica, otto all'idea, sette ai vini.
E applausi a Simone.
Nel suo blog Wildcard, l'amico e collega Federico Ferrero ha raccontato il mio esordio da telecronista di tennis su Eurosport, esperienza divertente per la quale non ringrazierò mai abbastanza né lui né Jacopo Lo Monaco (non è che ho cambiato lavoro; più che altro mi sono divertito come un bambino, ben venga se occasionalmente riaccadrà).
L'unica cosa venuta male è stata la foto-ricordo: garantisco che dal vivo siamo molto meglio.
Riporto qui il post di Federico (che ha pure avuto il masochismo di ospitarmi a casa sua per 2 notti), sul weekend ha detto tutto lui.
Poi, in calce, mi limiterò a dare le mie valutazioni sui vini degustati nel weekend.
New Wave, di Federico Ferrero
La scorsa settimana Jacopo e io abbiamo sperimentato una nuova voce per le telecronache, Andrea Scanzi (sì, quello con cui ci si è presi a cazzotti a inizio anno). La giornata prescelta è stata quella di venerdì (Andrea è arrivato apposta da Arezzo) e insieme abbiamo commentato Nadal e Karlovic, o meglio ciò che la regia ci ha concesso di commentare, i tie-break dei primi due set. Mi sono divertito, Scanzi non è avvezzo alla telecronaca ma è abituato molto più di me e Jacopo alla televisione, mezzo che padroneggia con destrezza.
(Avevo scommesso su Ivo, ho perso. Non credevo proprio, peraltro, che Rafa sarebbe stato capace di vincere il torneo, chapeau!).
Più tardi, nel pomeriggio, Jacopo e Andrea hanno seguito insieme a chi di voi era sintonizzato la fine del match tra Djokovic e Hewitt e, per finire, Gasquet-Nalbandian. Riccardino è l'idolo di Andrea, che ho dovuto consolare in serata quando mi ha raggiunto ad Alba offrendogli un pasto innaffiato di Dolcetto dei produttori di Rodello (non metto il voto perché non posseggo le medaglie per arrischiarmi a compilare giudizi tecnici, ma il rapporto qualità-prezzo è buono).
Scanzi si è fermato nel fine settimana sui colli albesi, ne abbiamo approfittato per una visita alla cantina Cascina Chicco di Canale, da cui abbiamo fatto una piccola scorta di Barbera Granera Alta 2006. Sabato sera siamo stati ospiti di Davide (per gli amici Zidane), che ha la fortuna di vivere in collina in una splendida magione con tanto di swimming pool. Grigliata di carne e pesce, buoni vini (Barolo Boscareto di Nando Principiano verso fine pasto, individuato e sequestrato dalla coppia Ferrero-Scanzi), ci si è divertiti!
L'esperimento delle telecronache è andato bene. Credo non finirà qui. (f.f)

E ora, i vini.
Cascina Chicco. Azienda di buona fama a Canale, celebre principalmente per la Barbera, il Roero Valmaggiore e l'Arcass (vendemmia tardiva di Arneis). Gentili e affabili i proprietari (la famiglia Faccenda), splendido lo scenario. Ho visitato l'azienda con Ferrero, l'amico Marco Giacosa e il (bravissimo) collega Pierangelo Sapegno. Nel Roero tutto ha un surplus di morbidezza e frutta, dipende dai terreni diversi (rispetto alla Langa classica) e dalla vinificazione meno tradizionalista dettata anche da una (relativa) minore storicità dell'enocultura di queste zone. Questo per dire che i langaroli vedono già il Barbaresco come una diminutio del Barolo, figurarsi il Roero (pur'esso nebbiolo in purezza). Però è una Docg da scoprire, meno nobile (si fa per dire) ma dal sicuro potenziale. Delle due Barbera ho preferito la meno cara e più tradizionale, la Granera Alta (annata 2006: ***). Pecca un po' in eleganza e persistenza, ma ha bella bevibilità e una freschezza non stridente, ingentilita dal giusto frutto (ma come parlo???). Mi è piaciuta meno la (più "cara" e più blasonata) Barbera d'Alba Bric Loira (annata 2005: **++), troppo legnosa e concentrata, un po' ostaggio della barrique. Gradevoli i bianchi (Arneis e Favorita), più ambizioso il Vendemmia Tardiva. Aspetterò un po' prima di aprire le 2 bottiglie di Roero Valmaggiore 2004 che i produttori mi hanno regalato (assieme a 4 Barbera: grazie), al primo assaggio (***) mi è parso sulla strada giusta verso l'equilibrio e il giusto affinamento, fruttato e morbido, fresco e abbastanza sapido, pronto ma decisamente non maturo (per fortuna). L'azienda ha prezzi validissimi (la Bric Loira 14 euro, il Valmaggiore 16, la Granera Alta 9), è consigliata da Nando Principiano ed è un buon "metro" per valutare la zona del Roero.
Poderi Sinaglio. Una delle aziende leader del Dolcetto di Diano d'Alba (mia incurabile fissa: adoro Alario, Bricco Maiolica, e appunto Poderi Sinaglio). L'azienda di Bruno e Silvano Accomo ha ottimo rapporto qualità/prezzo e si va sul sicuro sia col Dolcetto base che col Sorì Bric Maiolica. Ho assaggiato quest'ultima (prezzo "ridicolo", 7 euro) in un ristorante di Ricca, frazione di Alba dove ha appunto sede l'azienda. Un Dolcetto (nell'annata 2006) convincente, come deve essere, fedele e adorabile compagno di tutto pasto (***+). Meno riuscita la Barbera d'Alba Vigna Erta 2005 (**+), poco elegante e un po' corta, eccessivamente boisè; non è un caso (e neanche un difetto) che a Diano d'Alba si sappia fare anzitutto il Dolcetto. A livelli commoventi.
Dolcetto d'Alba 2006 Produttori di Rodello. Il vino che mi ha offerto Federico per "consolarmi" della sconfitta (ennesima) di Gasquet. Vale quanto detto per il Poderi Sinaglio, giusto un piccolo passo indietro (***), ma per vinosità e serbevolezza, non solo è appagante, ma coincide con un vino dallo strepitoso rapporto qualità/prezzo.

Devo delle scuse a molte persone. Un blog non aggiornato mette tristezza e gli organizzatori di Wineuganea meritavano una recensione immediata.
Provo a rimediare. Lo scorso weekend sono stato “ospite d’onore” di Wineuganea nello splendido Chiostro degli Eremitani (Salesiani) di Monteortone di Abano Terme (Padova), uno dei mille capolavori misconosciuti del nostro paese. Wineuganea, giunta alla seconda edizione, è una manifestazione organizzata dall’associazione enoculturale Club Parliamo di…Vino. C’erano 35 produttori e 200 vini (nomi importanti, da Angiolino Maule a Lispida, da Ermacora a Trabucchi). E poi formaggi, salumi (strepitosi quelli dei fratelli Littamè, Azienda Agrituristica Il Dosso di Sant'Urbano), olio, dolci, pane. Un evento che mi sento di consigliare, anche per l’assoluta gradevolezza dell’ambiente, degli organizzatori, del pubblico.
Alle 19 ho presentato Elogio dell’invecchiamento. Prima ho effettuato, con Francesco Peggiato, una lunga degustazione alla cieca di 15 vini euganei, tutti bordolesi (e qui i bordolesi sono ormai autoctoni). Le degustazioni alla cieca regalano sempre sorprese. Come ho scritto in Elogio, tutto cambia se non hai davanti una etichetta che evidentemente – e dannatamente – un po’ influenza il tuo giudizio.
Degustazione difficile e atipica, non era una orizzontale e nemmeno una verticale. Tre 2006 (troppo giovani), tre 2005 (le meno convincenti), sei 2004 (l’annata migliore), due 2003 e una 2001.
Ne dovevo scegliere una.
Non mi interessava scegliere la migliore, ho anteposto a tutto la tipicità, il rispetto del varietale e del territorio, la chiarezza “didattica” dell’annata. I feticismi delle classifiche lasciateli ai federeriani e a Luca Maroni.
Per questo ho scelto una 2003 che, al momento dell’assaggio, ci ha colpito per pulizia ed eleganza, nonostante l’annata torrida. Ho appuntato ogni recensione (le leggerete, riassunte, in calce a questo post) e alla fine mi ha fatto piacere sapere come avessi riconosciuto alla cieca alcuni vini (ad esempio lo Zuan di Borin). Questo non vuol dire che “ci capisco”: vuol casomai dire che non sono ancora da rottamare, che di questi tempi è già qualcosa.
Il vino scelto era il Villa Sceriman Colli Euganei Riserva 2003. Una mezza eresia, vi sento già dire: era il vino che costava di meno, poco blasonato, non troppo stimato nella zona e l’annata non era benedetta. Ho poi scoperto che anche qualche anno fa Sandro Sangiorgi aveva scelto, tra una serie di merlot italiani e stranieri, il merlot Villa Sceriman. Evidentemente ho ormai gusti “porthosiani”.
Il problema è quando poi comunichi la scelta agli altri produttori, fino a quel momento attenti e molto affettuosi durante la mia trattazione. Avevano concepito la mia degustazione come premio e per questo non hanno capito la mia (nostra) scelta. A “complicare” il tutto, è accaduto un fatto imprevedibile. Abbiamo effettuato la degustazione alla cieca tre ore prima di quella pubblica, e al momento dell’assaggio con gli altri produttori il Villa Sceriman aveva drasticamente mutato (in peggio) complessità olfattiva. L’eleganza iniziale si era tramutata in un fastidioso e nitido sentore di frutta cotta, di distillato (in bocca invece aveva mantenuto la sua piacevole freschezza). Se si fosse presentato così tre ore prima, la valutazione sarebbe certo stata diversa (è il fascino del vino, baby). Ho chiesto motivo di quella infelice involuzione al produttore, Rodolfo Soranzo, che ha individuato la causa nella bassissima presenza di solforosa, che ha mille difetti ma serve se non altro a far durare di più il vino.
Tutte queste piccole cose ci confermano la variabilità insondabile del vino, quanto di più imprevedibile esista nelle nostre tavole e nella vita di tutti i giorni.
E’ stata una bella serata, non è escluso che parteciperò anche in futuro. Negli assaggi al banco, effettuati “fuori concorso”, mi hanno colpito la friulana Kurtin (in particolare
Il giorno dopo ho provato uno slowfood a Castelnuovo di Teolo, luogo ad altissima concentrazione di ristoranti griffati. Parlo de Al Sasso, ottima cucina (strepitosi i subioti, sorta di cannelloni alle verdure gratinati in forno) e bella carta dei vini (***+ al Cabernet Sauvignon Borgo delle Casette 2003 Filò delle Vigne). Non troppo economici i prezzi, poco cordiale il proprietario e il servizio (tranne la cuoca). Voto finale: 7-. Poi mi sono recato a Pesaro per il concerto di Mark Knopfler.
Di seguito riporto le mie valutazioni sui 15 vini degustati alla cieca, tra i quali mancava l’azienda euganea più (giustamente) nota, Vignalta, che non ha partecipato per scelta. In questi casi uso valutazioni indicative in centesimi (e non sono mai troppo generoso). Nella metà di questi campioni, ho riscontrato una chiara e felice territorialità. In generale mi sono parsi tutti vini "giovani", soprattutto dai 2004 in giù.
Annata 2006: berla ora è un infanticidio. Promettente il Vo’ Vecchio 2006 Bio
Annata 2005: la meno convincente, sia per il Vegro 2005 di Sengiari (72-74), esile e poco elegante, con note verdi invadenti, che per il Serro 2005 (72-74), con un impatto olfattivo non gradevolissimo (poteva essere una bottiglia in parte difettata) e una tensione insufficiente. Superiore per complessità e ambizione il Calaone 2005 di Ca' Orologio (76-78), anche se l'annata non lo ha aiutato - per ora - in eleganza e tensione. Di questo vino, come di altri colleghi degustati a Wineuganea, va sottolineato il buon rapporto qualità prezzo (poco più di 10 euro; il Villa Sceriman franco cantina costa attorno agli 8).
Annata 2004: un bel bere, ma non scopro nulla. Mi ha particolarmente convinto lo Sciarà 2004 di Monte Brecale (82-84), per corpo e persistenza, elegante e balsamico. Bene il Tre Frazioni 2004 di Callegaro (80-82) e Zuan 2004 di Borin (79-81), il primo forse troppo erbaceo e il secondo con una grassezza che il tempo smaltirà. Un passo indietro i blasonati Villa Capodilista 2004 di Conte Emo di Capodilista (76), frutta sotto spirito e in genere un po’ “fruttatone”, e il Borgo delle Casette 2004 di Filò delle Vigne (76-78), non troppo equilibrato in bocca (il giorno dopo, il
Annata 2003: un plauso particolare ad entrambi i vini. Il Villa Sceriman Riserva 2003 (80-82 al primo assaggio, 74-76 al secondo) ha freschezza da vendere, ottimo rapporto qualità/prezzo, bella lunghezza e giusta territorialità (ma il problema della solforosa va risolto, non sempre una bottiglia si beve in cinque minuti). Il Crearo 2003 di Primavera (76-78) in un primo momento tradiva di più il calore dell’annata (amarena, fico), ma casomai a difettare erano lunghezza e un certo sbilanciamento tra freschezza e morbidezza.
Annata 2001: un solo vino, a dimostrare la propensione all'invecchiamento di questa tipologia. Era il 2001 Azienda La Roccola (80-82), dalle note eteree e pulite, complesso, fresco, di buona lunghezza.
Qualcuno, dal pubblico, mi ha infine chiesto che musica sarebbe il Colli Euganei Rosso: jazz, rock, cantautori, classica? Ci ho pensato e ci sono arrivato: i Rem. Radiofonici ma non sempre facili, né sempre convincenti, ma quando indovinano la loro Everybody hurts, ti stendono.
Domani, alle ore 19, presenterò Elogio dell'invecchiamento alla seconda edizione di Wineuganea, bella manifestazione che ha luogo al Chiostro degli Eremitani (Salesiani) Hotel San Marco di Monteortone, a due passi da Abano Terme (Padova). Wineuganea è organizzata dall'associazione culturale Clup...Parliamo di vino, diretta dall'ottimo Francesco Peggiato, ed è un ottimo modo per scoprire i migliori vini euganei e partecipare a wine tasting nonché assaggi di salumi e formaggi.
Attorno alle 17, effettuerò un wine tasting alla cieca tra una ventina di vini euganei, ne sceglierò uno (senza sapere qual è) e poi lo degusterò durante la presentazione (in programma alle 19) di Elogio. Non a caso l'incontro si chiama Un libro...quattro chiacchiere...un vino.
E' la terza volta che presento Elogio dalle parti di Padova, a distanza ravvicinata, dopo gli incontri di Monselice e Candiana: grazie.
In queste ultime settimane ho realizzato alcuni servizi per le ultime puntate di Victory, il programma di La7 in onda tutti i lunedì alle 23:45 (l'ultimo appuntamento è andato in onda lunedì scorso). Ho parlato di Zlatan Ibrahimovic, della sliding door Terry/Van der Sar e della "favola" della Danimarca ad Euro1992.
Nei prossimi giorni posterò i miei commenti sulla visita-degustazione presso CaVit, alcune considerazioni su un vino che mi sto divertendo a conoscere meglio (Lagrein) e la lista dei 5 vini "da salvare" che Paolo Massobrio mi ha chiesto a bruciapelo durante la puntata (che deve ancora andare in onda) di Pinzimonio (Alice canale 416 Sky).
Stay tuned.

Le vicende riguardanti i casi di presunta violazione del disciplinare del Brunello di Montalcino hanno fornito lo spunto per l'ennesimo attacco nei confronti della tipicità e della storia dei vini italiani.
A sferrare l'offensiva sono stati i teorici dell'omologazione, del liberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo, di quella malintesa modernità che vorrebbe qualsiasi prodotto enologico conforme ai canoni della richiesta di mercato. Ma chi sono queste persone? Su Porthos 28, nel pezzo "Il mostruoso equivoco", si parla di un vero e proprio establishment, formato da consulenti, cantine industriali ma anche produttori medi e piccoli, critici e opinion leader. A unirli è la convinzione che il vino sia frutto di un protocollo applicabile ovunque, non a caso molti di loro sono i migliori clienti delle industrie chimiche e biotecnologiche.
Approfittando di un momento di enorme confusione mediatica, questi signori ci spiegano che il problema non è chi froda - agendo al di fuori delle leggi e ingannando il consumatore - bensì l'intero sistema di regole condivise. Parlano di obsolescenza dei disciplinari di produzione, sostengono l'inevitabilità del ricorso ai vitigni "migliorativi" al fine di rendere i vini italiani più competitivi, pretendono di utilizzare le denominazioni più prestigiose senza dover rispettare la storia, le tradizioni e il lavoro che hanno contribuito a generarne il mito.
Si esprimono quasi sempre senza contraddittorio e trovano ampia cassa di risonanza in diversi organi di stampa a diffusione nazionale; le loro dichiarazioni assumono così la valenza di prescrizioni inderogabili per la salute dell'intero comparto enologico.
Per chi, come noi, considera il vino un bene culturale e un nutrimento dello spirito, tutto questo è inaccettabile.
I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l'identità e l'integrità dei vini italiani. Negli ultimi quarant'anni, con la complicità e la disattenzione delle autorità di controllo, alcuni dei territori più significativi sono stati trattati come dei contenitori da riempire, occupare o allargare a dismisura. In numerosi luoghi la vite si è trasformata da coltura specializzata a coltivazione dominante, togliendo varietà e respiro al paesaggio. Sì è assistito a un'invasione di vitigni alloctoni con l'obiettivo di "migliorare" le specialità italiane e realizzare prodotti più facili da consumare, senza badare allo svuotamento di contenuti a cui molti vini sarebbero andati incontro. L'establishment continua a modificare i disciplinari senza alcuna progettualità, ma fotografando di volta in volta il cambiamento proposto dal marketing. Tutto ciò in nome di un riscontro economico immediato e seguendo i capricci del mercato. Un grave errore dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo economico: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell'attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione.
Per restituire credibilità ai disciplinari e recuperare lo spirito che li ha generati, si dovrebbe condurre una campagna restrittiva, aggiornando e migliorando le regole e i controlli per adeguarli ai nuovi sistemi che l'establishment usa per aggirarli. In questo momento le aziende vinicole possono utilizzare prodotti sistemici che, progressivamente, tolgono vita alla terra e ai vigneti; nella realizzazione del vino non lesinano lieviti, batteri ed enzimi selezionati dalla biotecnologia; inoltre, sono autorizzate sostanze, giustificate da una supposta origine enologica, che dovrebbero aggiustare il liquido. Tutte queste azioni rendono vano il concetto di territorialità.
Le ultime leggi hanno autorizzato i consorzi di tutela, formati dalle stesse aziende, delle verifiche sulla corrispondenza tra i vini e i rispettivi disciplinari ma la situazione non è migliorata, visto che in Italia la produzione non ha ancora assunto la maturità per procedere a un serio autocontrollo.
Il vino è lavoro, socialità, commercio. La globalizzazione rappresenta un'opportunità quando permette di conoscere e confrontare prodotti che sono espressioni di territori e culture differenti; è invece un pericolo quando impone l'appiattimento della varietà, lo svilimento della territorialità, la sostituzione del lavoro e della capacità contadina con la manipolazione industriale e con l'alchimismo.
Per questo noi, che produciamo, raccontiamo, commerciamo, studiamo, amiamo il vino italiano, ribadiamo la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di snaturamento delle denominazioni, sia attraverso l'impiego di vitigni alloctoni sia attraverso pratiche che abbiano la finalità di fare del nostro vino qualcosa di differente da sé. La forza del vino italiano risiede nella complessità e nella varietà che rappresentano risorse da valorizzare, anziché sacrificarle in nome delle presunte esigenze del gusto globalizzato.
Ci proponiamo dunque di dedicare d'ora innanzi un impegno ancora maggiore - che già si sta concretizzando grazie all'amore con cui molti dei firmatari di questo appello organizzano manifestazioni, convegni, stage, corsi e degustazioni - nel preparare campagne di sensibilizzazione e di informazione in difesa dell'identità del nostro vino, certi che sia l'unica strada percorribile per tutelarlo e continuare a farlo amare nel mondo.
Testo a cura di Marco Arturi e Sandro Sangiorgi
Per sottoscrivere l'appello
Per partecipare alla discussione
Primi firmatari:
Sandro Sangiorgi e Porthos
Teobaldo Cappellano e Vini Veri
Angiolino Maule e Vin Natur
Luca Gargano - Velier Triple A
Stefano Bellotti - Renaissance Italia
Francesco Paolo Valentini - produttore
Maria Teresa Mascarello - produttore
Corrado Dottori - produttore
Luigi Anania - produttore
Carlo Noro - agricoltore biodinamico
Franco Ziliani - giornalista
Roberto Giuliani - LaVINIum
Marco Arturi - giornalista
Andrea Scanzi - giornalista e scrittore
Paolo Massobrio e Club di Papillon
Sergio Rossi - enotecaro
Remigio Bordini - agronomo
Michele Lorenzetti - enologo
Maurizio Castelli - enologo