Ieri ho bevuto un Cornalin 2006 dell'Institut Agricole Régional. Ancora Valle d'Aosta, ancora un autoctono.
Il Cornalin corrisponde all'Humagne Rouge del Vallese, è stato piantato nella regione attorno agli anni 40. Molto raro, solo 700 ettari di viticoltura valdostana, in una zona che va da Arnad ad Arvier (e non solo).
L'Istituto, di cui già avevo molto apprezzato il Mayolet, coltiva 24 vitigni, sia locali che internazionali.
Qui trovate qualcosa di più sul Cornalin, qui una bella degustazione del Cornalin 2004 di TigullioVino.
Il 2006 mi ha convinto. Il colore è rosso rubino, non troppo carico, con una lucentezza che lascia intuire la freschezza. Al naso anzitutto frutta rossa, nitida, ciliegia e fragola, che poi tornerà per retrolfazione. Il Cornalin si adatta molto bene alla barrique (9 mesi, dopo i 3 in acciaio e i 6 in bottiglia). Legno felicemente dosato, al naso si intuisce giusto per una lieve spolverata di cacao. Vino giovane, bevendolo adesso gli ho fatto senz'altro un po' di violenza.
La morbidezza del varietale si sente distintamente all'impatto gustativo, cedendo poi spazio a una dinamicità (uh!) invidiabile, data dai tannini polimerizzati (uh!) e più che altro da una grande freschezza.
Sangiorgi dice che il vino buono deve rispondere a tre requisiti: rispetto della territorialità, grande digeribilità, felice abbinamento con il cibo. Doti che il Cornalin ha.
Non lunghissimo, ma fine ed elegante, con questa frutta rossa che torna "prepotentemente" dopo la deglutizione. Per certi aspetti mi ha ricordato alcuni Ruché, beverini ma con personalità e ambizioni.
Come prezzo siamo sulle 15 euro, produzione limitata (1500 bottiglie).
La mia valutazione è di ***+.
Ieri ho bevuto un Petite Arvine. E' uno dei tanti vitigni autoctoni valdostani, originari del Vallese. Uno dei bianchi italiani più interessanti.
Se volete saperne di più sui vitigni autoctoni valdostani, andate qui.
Storica valorizzatrice del Petite Arvine è Les Cretes, in particolare con il cru Champorette (vendemmia leggermente tardiva, quindi più gradazione). Ieri ho sentito il base, annata 2007. Un vino dal colore giallo paglierino con riflessi dorati (i vini bianchi valdostani hanno colori incantevoli), dagli spiccati sentori floreali, fragrante (si usa la parola "fragrante", in gergo Ais, per sottolineare la nitidezza dei sentori fruttati e floreali di un vino bianco, solitamente giovani).
Il Petite Arvine al naso ha profumi agrumati, di pompelmo se giovane, più esotico se evoluto, unito a note di erbe officinali. Spiccata la mineralità del "mio" base degustato ieri.
Mineralità vuol dire spesso, al gusto, sapidità, ed è questo (particolarmente) il caso: il Petite Arvine è un vino anzitutto sapido, addirittura salato, perfetto didatticamente per capire cosa si intende per sapidità di un vino.
Spiccata freschezza, naturalmente sbilanciato verso le componenti dure, fine, elegante, di abbastanza persistente e di grande tipicità (***+ il base, **** lo Champorette). Degno ministro della tavola.
Non fatevelo sfuggire.
Qualche settimana fa ho chiesto ad Arnaldo Rossi, proprietario della Taverna Pane e Vino di Cortona, sommelier e grande esperto di vini veri/naturali, di stilare una lista di vini non ancora sufficientemente noti, ma altamente meritevoli.
Più volte, in questo blog, ho parlato di Lambrusco. Stavolta torno a parlare del Sorbara, in maniera quasi “definitiva”, dopo il lungo post di qualche mese fa.
Con il Lambrusco si prendono molte fregature, ecco quindi un post che vuole aiutarvi ad andare sul sicuro quando avrete voglia di Sorbara (classico: non parlo della versione Rosè, altrimenti dovrei citare l’ottimo Rosé Brut Cuvée del Cristo di Cavicchioli).
Oltretutto d'estate il Lambrusco sa essere un compagno di viaggio encomiabile (sto finendo la scorta, devo rifornirmi al più presto).
Il Lambrusco di Sorbara è il più elegante e ambizioso, per motivi che ormai sapete. Va da sé che io continuo a segnalarvi anche il Reggiano.
Ultimamente ho potuto apprezzare il Sorbara Frizzante Secco di Lombardini, importante azienda reggiana nota anzitutto per il Campanone. Il loro Sorbara è più scuro di quello modenese (in questo mi ha ricordato quello un po’ atipico di Francesco Vezzelli), ma è convincente per freschezza, profumi e territorialità.
La mia “classifica” di Lambrusco di Sorbara è questa:
1) Lambrusco del Fondatore - Chiarli 1860
2) Vigna del Cristo - Cavicchioli
3) Etichetta Bianca - Paltrinieri (ma anche Leclisse)
4) Frizzante Secco - Villa di Corlo
5) Premium Vecchia Modena - Chiarli 1860
6) Frizzante Secco - Lombardini
7) Corte degli Attimi - Fiorini
La classifica è molto ballerina, ma i nomi sono questi.
Metto leggermente attardato il Premium per un'acidità quasi estrema, anche se per colore è forse il più affascinante. La Corte degli Attimi si stacca dagli altri per il naso, in cui domina (forse un po' troppo) la mela cotta. Paltrinieri e Villa di Corlo sono validissimi outsider. Chiarli 1860 e Cavicchioli sono le corazzate, i cui prodotti di punta sono appunto Fondatore, Premium e Vigna del Cristo.
Con questi andate sul sicuro.
Un po’ più indietro inserisco i pur validi Cantina di Santa Croce, Contessa Matilde (sempre di Cavicchioli), Francesco Bellei (più il Rifermentazione Ancestrale del Brut Rosso Metodo Classico), Francesco Vezzelli, Azienda Agricola Pezzuoli e Azienda Agricola Elio ed Eredi Garuti.
Non uscirei da questi nomi, per cominciare.
Navigando in rete ho trovato questa splendida recensione. E' tratta dal sito Mescalina, l'ha scritta Maurizio Pratelli.
Lo ringrazio, molto.
Anche per il vino, come per la musica, varcare il confine che divide la passione dal feticismo è un attimo. Un attimo fatale. E quando succede, quasi sempre, non c’è via di scampo. O di ritorno. Il libro di Andrea Scanzi è il testo che tutti dovrebbero leggere prima di lasciarsi trasportare dall’altra parte, prima che il vino diventi un’altra ossessione. Che ci può stare, per carità. Non voglio certo dissuadervi solo per il timore che tutto ciò possa produrre nuove dannose sbronze. Non è certo questo il pericolo. Così come un feticista della musica non morirà sordo, un feticista del vino non morirà ubriaco. Collezionare bottiglie come dischi, solo per il gusto di averle, ecco dove si annida la sirena che trasforma un semplice appassionato in una vittima che riempie scaffali senza più il piacere di andare per concerti, ops, per cantine. Scanzi, penna leggera ed ironica, giornalista musicale e sportivo, dopo aver fatto corsi e relativi esami, è diventato sommelier e quindi degustatore ufficiale Ais. Uno di quelli, tanto per intenderci, che imitava Antonio Albanese (la gag in cui dopo aver annusato e roteato a lungo il suo bicchiere di vino sentenziava “è rosso!”, era irresistibile), e che lo stesso Scanzi vuole in qualche modo dissacrare chiamandoli “fingitori”.
Almeno quelli “televisivi”, i tanti soloni che riconoscono sentori impossibili e magari pure l’annata del vino in una degustazione cieca. Andrea, accostando trattorie e canzoni, ci riporta nelle terre del vino attraverso un lungo viaggio tra i produttori italiani che ancor amano il loro vino, la loro cantina, la loro vigna. Quelli che non usano trucchi, più o meno leciti. Quelli, come il piemontese Roddolo, che il vino lo sanno ancora aspettare, che non espiantano dolcetto per produrre un più redditizio nebbiolo. Se le terre producono quel vitigno, forse ci sarà un perché.
Scrive Scanzi “la cosa che amo del vino è quello che mi fa capire. La verità è che amo pensare alla sua vita. Il vino è un essere vivente. Amo immaginare l’anno in cui sono cresciute le sue uve: se c’era un bel sole, se pioveva. Una bottiglia di vino ha vita: è in costante evoluzione, acquista complessità. Finché non raggiunge l’apice. E poi comincia il suo lento, inesorabile declino. Il vino è come noi, per questo lo amiamo”.
Insomma non si scoprono solo i dieci migliori vini italiani, qui si affronta con coraggio e amore un mondo, quello enologico, che ha spesso barato a scapito di chi segue le regole. Non solo quelle stabilite per legge dal tanto temuto “disciplinare”, ma anche quelle inviolabili stabilite dalla natura e dal buonsenso.
Allora mettiamola così, ecco un piccolo decalogo di ciò che potrebbe succedere dopo aver letto questo ottimo libro del bravo Andrea Scanzi.

1. Non diventerete sommelier. Questa è l’unica certezza
2. Andrete a scoprire o rivedere “Sideways”, un buon film d’annata.
3. Riascolterete un vecchio disco di Keith Jarrett o dei Wilco, dipende dal vino che state bevendo.
4. Eviterete qualche brutta figura al ristorante.
5. Farete un giretto in qualche buona cantina.
6. Diventerete “fan” dei monovitigni, ma non è indispensabile.
7. Distinguerete un Barolo da un barolo, immaginando che da un Aglianico sappiate già farlo.
8. Smetterete di pensare che il prezzo fa il buon vino.
9. Leggerete altri libri sul vino.
10. Diffiderete dagli astemi.
Che altro aggiungere se non che il vino va comprato, curato e bevuto. Magari avendo “solo” la pazienza di aspettare che diventi un capolavoro. Attraverso l’arte dell’invecchiamento (Maurizio Pratelli).
Un vino che ho degustato in una slowfood senese, L'Osteria della Botte Piena di Montefollonico, paesino nel senese tra Torrita e Pienza.
Si sa (ormai) come non sia un grande fanatico dei Supertuscans. A ciò si aggiunga che il grossetano è genericamente ritenuto terra da Morellino di Scansano, raramente convincente e troppo spesso "vino da donne" (mi perdoni il gentil sesso, faccio per capirsi).
Uno dei vini più celebrati della zona è questo Avvoltore. Non è una Doc (anzi, Docg), ma un Igt. E' il prodotto di punta della Moris Farms, azienda dai grossi numeri con sede a Massa Marittima, che produce anche vini "base" di largo consumo (li troviamo anche nei supermercati) come il Vermentino e il Morellino di Scansano.
Il prezzo in enoteca è di poco superiore ai 20 euro, la produzione di 52mila bottiglie. Molto bene me ne ha parlato il proprietario della bella enoteca di Castiglione della Pescaia, uno dei miei punti di riferimento quando sono da quelle parti (tra gli altri nomi che mi ha segnalato, Belguardo, Le Pupille e Capatosta di Poggio Argentiera).
Al ristorante ho provato un'annata 2001. Ero abbastanza diffidente. L'uvaggio è quello, "banalissimo", di sangiovese (75%), cabernet sauvignon (20%) e syrah (5%). Gradazione 14 gradi (abbondanti).
L'aspetto più convincente è all'olfatto, davvero complesso, con note di tabacco, cannella, pepe, bosso, china, note balsamiche, frutta rossa matura e viola appassita. Intenso, complesso, fine. Bene anche al primo sorso, con una piacevole "nota verde" che torna come aroma di bocca e una morbidezza netta ma non invasiva. Molti Supertuscans non hanno più nulla da dire già dopo pochi mesi e il primo sorso, questo - con mio felice stupore - ha superato la fatidica prova del secondo (e terzo, e quarto) bicchiere.
E soprattutto ha retto più di 6 anni.
E' il momento giusto per berlo, l'acidità comincia a calare ed attenderlo ulteriormente è un rischio. L'affinamento in barrique è stato smaltito quasi del tutto (bevuto poco dopo l'imbottigliamento, rischia di debordare in barrique, ma vado a intuito).
Bello strutturato ma non marmellatoso al gusto, intenso, fine, persistente, equilibrato. Da provare. Si esalta con le carni, meglio se non troppo untuose (il tannino c'è ma è assai gentile): va benissimo una tagliata o la carne al fuoco (l'amaricante della brace verrà bilanciata dalla morbidezza di cabernet e syrah).
Un vino che rimane, che ha il difetto della poca originalità e di un fascino un po' "industriale" (i vini della vita sono fatti in un altro modo), ma che nella sua tipologia, se bevuto nel momento giusto, riesce a essere convincente.
La mia valutazione è di ***++.
(questo post esisteva già, è di qualche mese fa, l'ho dovuto ripostare adesso per problemi di spam).
Paul Giamatti, in Sideways, definiva "prosaico" il Cabernet Sauvignon, contrapponendolo al più difficile Pinot Nero.
Mi fa lo stesso effetto lo Chardonnay: prosaico. Nel senso di un po' facile, morbido, burroso e grasso, dai profumi fin troppo tropicali e dalle inevitabili note boisè (cioè barrique, rovere, etc; ma boisè fa più fico).
Non sarà mai il mio vino della vita (ma sarà sempre un vino da mettere in tavola quando hai commensali facilmente conquistabili e non smaliziati). Non amarlo perdutamente non significa però (o non dovrebbe significare) non saperlo valutare.
Capisco perché il Cervaro della Sala di Antinori sia uno degli immancabili "vinoni" che si sfoggiano nelle enoteche dalle mie parti (cheppalle...). Lo Chardonnay di Isole e Olena è ben fatto, idem quello di Capannelle. Difficile che inciampiate se berrete tra "comsumatori comuni" uno Jermann o un Livio Felluga. E c'è chi sa farlo anche ad Arezzo (il Donnaurora di Tenuta Vitereta).
Qualche giorno fa ho bevuto uno degli Chardonnay più blasonati d'Italia, il Cuvée Bois 2005 di Les Cretes. Il bianco più noto della Valle d'Aosta, poco davanti all'altro Chardonnay dell'azienda di Costantino Charrère (il Cuvée Frissonière) e al Petite Arvine Vigne Champorette.
(Ah, mi piace ripeterlo: la Valle d'Aosta è una delle mie regioni enologiche preferite).

Classico vino abbonato ai tre bicchieri, è senz'altro uno chardonnay di pregio (***++). Splendido giallo dorato cristallino all'esame visivo, intenso e complesso all'olfatto, con la pesca gialla e la banana canoniche che cedono poi il passo a più eleganti sentori di susina gialla (se fossi più cool, azzardarei un Regina Claudia, e c'è chi lo fa), pompelmo e mela golden (è facile dire "golden": va sempre bene per i vini bianchi con riflessi giallo dorati). Distinte la mineralità e le erbe officinali (anche l'anice stellato, per chi ha più naso di me).
Dominante comunque il rovere, come deve essere - lo chardonnay ne ha bisogno. Il legno è integrato, felicemente boisè (eddai), anche se tra qualche mese sarebbe stato migliore.
Al gusto è equilibrato, anche se un po' di freschezza in più avrebbe aiutato: morbido come da chardonnay, sapido e fine, di bella persistenza e giusta struttura.
A un passo dall'armonia e dall'eccellenza.
Prezzo non troppo economico, poco sotto le 40 euro.
Da provare per avere un'idea dello chardonnay italiano deluxe.
Io, nel mio piccolo, consiglio però ancor di più il Petite Arvine Vigne Champorette, che costa molto meno (12 euro), è un autoctono di grande interesse e nell'annata 2006 ha raggiunto livelli quasi prodigiosi.
Ogni tanto mi prende voglia di scrivere un post sui vini aretini. Poi però la voglia passa. La visita alla Cooperativa Valdarnese Paterna mi ha dato lo spunto per questo post, che certo non è esaustivo ma può aiutarvi se passate da queste parti.
E' una realtà sostanzialmente sconosciuta, che vi riassumo a grandi linee. Per avere un'idea generale, potete consultare il sito della Strada del vino "Terre di Arezzo".
La lista delle cantine aretine (non tutte, ma quasi) la trovate qui.
Nella mia zona, diciamo il cortonese, il vitigno "autoctono" è diventato (non senza paradosso) uno dei più internazionali per eccellenza, il syrah, che qui viene con (quasi) tutti i crismi. Basta pensare a Tenimenti D'Alessandro, all'onesto Achelo di Antinori (il Bramasole non mi convince, troppo esoso) o al più concentrato Il Castagno di Fabrizio Dionisio. A Cortona hanno vigneti anche alcune aziende di Montepulciano: è il caso di Poliziano (Merlot In Violas), Avignonesi (Merlot Desiderio) o i due sangiovese (base e Girifalco) de La Calonica.
Una nuova Doc, la Pietraviva, sta cercando di valorizzare la parte fin qui meno enologica del Valdarno, ad esempio Pieve a Presciano (dove c'è infatti una buona azienda, Fattoria di Presciano).
La Doc Valdichiana, incentrata principalmente sulla produzione di vini bianchi oltremodo beverini, è particolarmente debole. A Monte San Savino operano alcuni buoni produttori, ad esempio Azienda Agricola Giacomo Marengo e Fattoria San Luciano.
La zona di Mercatale Valdarno è particolarmente nota per il livello non comune di merlot (il Galatrona di Tenuta di Petrolo) e l'ancor più strepitoso caberlot (Il Carnasciale), di cui ho già parlato qui.
Ovunque, nella provincia aretina, c'è chi fa il suo sangiovese contadino e chi insegue il mito del supertuscan (Il Borro, Fattoria Santa Vittoria).
Una zona che merita attenzione, sempre nel Valdarno, è quella legata alla via di Setteponti, nome di una delle più grandi aziende aretine (e non solo aretine: ha possedimenti nel Bolgherese e in Sicilia), famosa principalmente per alcuni Supertuscans (Oreno e Crognolo). Parlo di San Giustino Valdarno, Castiglion Fibocchi, Loro Ciuffenna, Terranuova Bracciolini, Montevarchi, Levane, Cavriglia, Bucine. Alcuni di questi viticoltori si sono riunuti nell'Associazione I Vignaioli della via di Setteponti.
Molti di questi sono presenti nella guida Vini d'Italia del Gambero Rosso, la più generosa con i vini aretini. Qui trovate un articolo sulla classifica dei vini aretini, in cima alla quale c'è (e condivido) il Caberlot (che ha l'unica controindicazione di costare un mutuo).
Il grande assente è però - spesso, non sempre - un sangiovese aretino fatto come si deve (ammetto di non adorare il blasonato Torrione di Petrolo, e nemmeno il Sangiovese Smeriglio - cortonese - di Riccardo Baracchi, che oltretutto costano decisamente troppo).
Il sangiovese aretino è "piccolo", non adatto all'invecchiamento, uno dei Chianti più beverini e meno ambiziosi. E' la sua natura, non troppo accettata e valorizzata dalle mie parti.
Ci sono, fortunatamente, delle eccezioni. Alcuni sangiovese aretini degni li ho incontrati. Quelli buoni da tutti i giorni, con prezzi attorno ai 5 euro, sono ad esempio il Selverello Dal Cero di Montecchio, Lo Sterpo di Tenuta Vitereta (Laterina), il Chianti di Gratena (Pieve a Maiano) e il Chianti Poggio ai Grilli di Tenuta San Jacopo (Cavriglia). Metto però nel mio podio delle aziende veramente aretine (o per meglio dire valdarnesi), brave a valorizzare al meglio il nostro sangiovese, Mannucci Droandi, anch'essa a Mercatale Valdarno (frazione Caposelvi) e Cooperativa Valdarnese Paterna. Non a caso entrambe stanno cercando di recuperare vitigni autoctoni minori per "riscoprire" il vero senso del Chianti, o addirittura per provare questi autoctoni in purezza. Droandi lo sta facendo con Barsaglina e Foglia Tonda. Paterna con l'interessantissimo Pugnitello, recuperato recentemente da San Felice.
Mercoledì scorso sono stato a cena da Paterna. L'azienda sorge tra San Giustino Valdarno e Terranuova Bracciolini, adiacente a un noto slowfood, L'Osteria dell'Acquolina. Ne è proprietario Marco Noferi.
L'incontro è stato organizzato da un mio amico sommelier, Daniele Marzi, particolarmente esperto di vini - non solo - valdarnesi (nonché Degustatore Ufficiale e Relatore Ais).
Dei vini di Paterna, in particolare del Vignanova 2001, 2003 e 2004, ho già parlato (bene) in questo blog. Durante la cena non si è bevuto solo Paterna. Marzi ha aperto un Trebbiano d'Abruzzo Emidio Pepe 2004 (***++), un Montepulciano d'Abruzzo 2004 (**++, la puzzetta c'era anche qui ma non intensa come mi era accaduto in passato) e un ottimo Barolo Monvigliero 2001 Fratelli Alessandria (****), ancora in piena evoluzione, fresco e morbido, etereo e fruttato, strutturato e bello persistente.

Noferi ci ha fatto degustare i suoi tre vini, tutti sangiovese con piccoli saldi di colorino, canaiolo e (nel base) anche piccole percentuali di uve bianche (trebbiano e malvasia), secondo la concezione "ricasoliana" del Chianti.
Il base 2007 (***) rientra nei vini perfetti da tutto pasto, bello vinoso e beverino, territoriale e discreto ministro della tavola.
Un passo più in alto ed ecco il Chianti 2006 (***+), più ambizioso e lungo, di maggiore complessità al naso. Si tratta di vini sotto i 10 euro, che fanno solo acciaio, niente legno: se volete capire cos'è il sangiovese aretino, venite qui.
Poi ho degustato il Vignanova. E' l'unico vino che, dopo l'acciaio, affina in legno. Per l'esattezza in barrique, 20% nuove e il resto di secondo o terzo passaggio (spesso donate dalla Tenuta del Carnasciale, quella del caberlot). Mi ha stupito che un vino così tradizionale faccia barrique, ma lo stesso Noferi - un bel tipo - mi ha spiegato che è una decisione anzitutto economica. Le ambizioni dell'azienda sono quelle di passare prima o poi ai più costosi tonneau, di valorizzare il Pugnitello ("una via di mezzo tra il sangiovese e il Montepulciano") e di fare un bianco con macerazione sulle bucce.
Il Vignanova fece parlare molto di sè nell'annata 2003 (***++), che prese i Tre Bicchieri. La 2004 a mio avviso potenzialmente è ancora maggiore (***++). La 2001 (****) mi ha confermato la sua capacità di invecchiare. Non è un cru, sono solo le uve reputate migliori all'interno dell'azienda. Al ristorante si trova poco sopra i 20 euro, in enoteca attorno ai 18, ma non è facile reperirlo: ne vengono realizzate 6-7mila bottiglie ad annata.
E' ormai inserito tra i migliori sangiovese toscani, come si evince anche da questa simpatica competizione Degustibus & Deprezzibus.
Mi ha fatto piacere sapere come il Vignanova fosse uno dei sangiovese (non in purezza, ma quasi) più amati da Gino Veronelli, che ne lodò le annate 2000 e 2001 (di quest'ultima non ebbe il tempo di scriverne). L'azienda è a regime biologico.
L'annata 2005, degustata in anteprima mercoledì sera, è ancora indietro, tradisce legno ed è chiusa olfattivamente. Si farà. Con coerenza e coraggio, Noferi ha rinunciato a presentarla alle prossime guide, proprio perché non pronta (non è una decisione da poco: significa non figurare per un anno in guida). Didatticamente interessante la degustazione dell'annata 2007, ancora in barrique, prima da rovere nuovo e poi da rovere esausto (più facile la prima, più intrigante la seconda, of course).
Ringrazio Noferi, la sua famiglia, Daniele e la compagna (futura moglie) per la prodigiosa cena (adesso so cos'è lo spezzatino alla sangiovannese), la gradevolissima compagnia e i vini di sicuro pregio.
Con una settimana di ritardo, vi racconto finalmente la giornata di San Miniato (Pisa) dedicata alla biodinamica. E’ stato un incontro molto stimolante, non solo per lo scenario, la qualità dei vini, la bontà della cena (anch’essa biodinamica; menzione d’onore per il peposo), le letture di Apuleio e il gigantesco Trivial Pursuit nel quale io, Sandro Sangiorgi ed altri commensali ci siamo cimentati a proposito delle citazioni cinematografiche.
Di seguito vi propongo alcuni virgolettati significativi dei relatori; poi, alla fine, troverete le moe valutazioni sui vini degustati.
Le frasi
Sandro Sangiorgi, direttore di Porthos - “
Cosimo Maria Masini (San Miniato, Pisa: padrone di casa). “Sono un produttore giovane, la mia azienda è nata nel 2001, dal 2003 siamo diventati biologici, poco dopo biodinamici perché biologici di per sé non basta. Queste terre erano aride e quasi morte, sono terreni difficili: compatti, ricchi di argilla. Necessitavano di una rivitalizzazione attraverso al biodinamica. Il biologico è quantitativo, il biodinamico quali-quantitativo. Grazie alla biodinamica si è evoluta la terra e con esso il vino. Fermentiamo a cielo aperto, non usiamo lieviti selezionati. Niente ghiaccio, niente autoregolamentazione“.
Dominique Génot, (Caiarossa, Riparbella, Pisa) – “La biodinamica risponde all’esigenza di limitare l’impatto umano sul terreno. Valorizza il terroir. Incrementa la propria riconoscibilità. Rivitalizza un terreno quasi morto. Lo fa utilizzando cornoletame, cornosilicio, il compost di Maria Thun, erbe officinali (tarassaco, valeriana, etc.). La vera biodinamica è in vigna, non in cantina. In cantina basta intervenire il meno possibile, non fare alcuna correzione mosto/vino e apportare un uso minimo di solforosa”.
Giuseppe Ferrua, Fabbrica di San Martino (Lucca) – “Ancora siamo 4 gatti. La biodinamica risponde alla semplice logica del buon senso. Non faccio vino per vivere, anch’io vengo da una tradizione di vini facili e di agricoltura convenzionale, a farmi cambiare idea è stata la conoscenza dell’australiano Alex Podolinsky, guru della biodinamica. In Australia ci sono 1 milione e mezzo di ettari coltivati seguendo la biodinamica, soprattutto cereali”.
Francesco Saverio Petrilli, Tenuta di Valgiano (Lucca) – “L’annata 2008 è stata particolarmente dura, per la prima volta il campo del vicino è più bello del mio. Grazie a Podolisnky e alla biodinamica ho applicato il mio spirito anarchico. La libertà è nell’avere poche regole. So di essere uno dei pochi biodinamici lodati anche dalle guide canoniche, Vini d’Italia quest’anno mi ha premiato per l’attenzione alla natura e la qualità del vino, mi fa piacere, ma la soddisfazione maggiore è stata quando Podolisnky ha sentito il mio Valgiano 2005 e per la prima volta ha detto: “Ci siamo”. Il circolo vizioso dell’agricoltura tradizionale uccide la terra e quindi la vite. La biodinamica permette invece un circolo virtuale, il pullulare di microrganismi, viti più forti e più sane, frutti più ricchi e vini unici. I grandi vini vanno al torace, alle braccia, alle spalle, al cuore. I vini comuni si fermano alla testa”.
Professor Marco Nuti, Facoltà di Agraria, Normale di Pisa – “Il mio campo è la microbiologia. L’agricoltura convenzionale soddisfa la tecnica, non l’animo. In un ettaro di terra, a

La degustazione
Cosimo Maria Masini. Il bianco 2006 è uno chardonnay 60 e sauvignon 40 (10-12 euro in enoteca). Sapido, di buona lunghezza, imbottigliato da poco e con Co2 residua minima, non ancora in commercio. Degno (***). Presentato in anteprima anche il Sangiovese
Fabbrica di San Martino. Due soli vini in produzione, entrambi Colline Lucchesi rosso. L’Arcipressi 07 è un rosso deliberatamente esile, tradizionale lucchese, “da cacciucco”, sangiovese in prevalenza accompagnato da altri vitigni (compreso l'aleatico). Vinoso, fruttato, onesto vino da tutti i giorni (**++). Costa meno di 6 euro. Il Fabbrica di San Martino 05, 80% sangiovese, è più ambizioso e complesso, finale leggermente dolcino, più morbido che fresco (***), prezzo 7.50 più Iva,
Caiarossa. Il bianco, Caiarossa 06, metà chardonnay e metà viognier, al naso e al gusto fa sentire tutta la morbidezza e grassezza (anche olfattiva) dello chardonnay. Accattivante ma non elegantissimo (***). Il Caiarossa rosso, degustato nelle annate 2004 (***+) e 2005 (***), ha una impostazione franco-pisana, nel senso che non è frutto di monovitigni ma di ampio (8) assemblaggio (compresi petit verdot, alicante e mourvedre), secondo una idea da rosso provenzale o della Chateauneuf du Pape. Elegante e succoso, ma con poco carattere e non lunghissimo il 2005, più intrigante il 2004. Il Caiarossa rosso è un vino ambizioso, in enoteca oscilla tra le 35 e le 45 euro. L'azienda ha due tenute anche a Bordeaux, e si vede (più dall'amore per l'assemblaggio che per l'abuso - tutt'altro, in questo caso - di legno e solforosa).
Tenuta di Valgiano. Il Palistorti 07 bianco (***), vermentino 50% e poi chardonnay, malvasia, trebbiano e sauvignon, è bello pulito e spiccatamente fragrante, fruttato e floreale. Rispettata la territorialità, non lunghissimo (ma il vermentino non può esserlo). Struttura non invadente, sapido e fresco, grande bevibilità. Il Palistorti 2006 (***+) mi ha convinto molto più del 2005 degustato mesi fa, mosso com’era da piacevole fruttuosità e buona eleganza. Morbido (forse troppo). Sedici euro in enoteca. Tra i molti vitigni aggiunti al sangiovese (come da tradizione lucchese) c’è anche in minima percentuale il tazzelenghe. Lode infine al Tenuta di Valgiano 2005 (****), solo al principio della sua vita ma con una forza, una personalità e una grinta encomiabili (è un vino che supera le 40 euro).
Firma l'appello in difesa del vino italiano.
Ieri ho sentito per la seconda volta il Syrah "base" di Tenimenti D'Alessandro, l'azienda più nota di Cortona, dove questo vitigno internazionale ha trovato un habitat particolarmente felice.
Il Syrah più noto di D'Alessandro è Il Bosco. Poi c'è il base (Syrah Doc Cortona).
Lo scorso anno l'azienda ha cambiato proprietà ed enologo, da Stefano Chioccioli al piemontese Vietti. L'annata 2005 del base non mi aveva convinto, scarsa tensione ed eleganza contenuta.
L'annata 2006 è la prima prova della nuova gestione.
E' un vino da poco in bottiglia, va ancora atteso. La mia sensazione è che Vietti abbia provato a de-toscanizzare il vino, provando a dargli sentori più tradizionali e in qualche modo piemontese. Non per nulla Marco Sensitivi, che per primo mi aveva fatto provare il Syrah 2006 alla sua Bottega del Vino di Casiglion Fiorentino, aveva azzardato un parallelismo con certi Dolcetto.
Il vino che ieri ho bevuto dal mio amico Comanchero di Cortona, mi è parso in prima fase un vino dal colore rosso rubino carico e dai profumi anzitutto floreali (frutta rossa), quasi vinoso, poi floreale. Struttura esile (ma gentile), abbastanza morbido (come da varietale), fresco (vista anche la giovane età e il non abuso di legno). Senz'altro serbevole.
A non convincermi fino in fondo è, da un lato, la mancanza di quella speziatura tipica del Syrah (pepe e non solo), che viene fuori solo in un secondo momento, con la bottiglia aperta da molto tempo, ma comunque mai appieno; e dall'altro una sensazione di tannino non ancora ingentilito che regala un poco gradevole finale amaricante.
Meglio in abbinamento (l'ho provata con pici al fumo e gnocchetti estivi all'ortolana, ma se la cava ancor meglio con la carne) che in degustazione isolata.
Il mio voto, per ora, è di ***. La sufficienza è raggiunta anzitutto dalla piacevole bevibilità e digeribilità. Mi riservo di risentirlo tra qualche mese.
P.S. Perdonate il ritardo del post sulla giornata biodinamica a San Miniato e sulla degustazione dei vini di Paterna; arriveranno entrambi.