
Appena avrò un attimo di tempo, vi racconterò delle mie serate a Reggio Emilia e Verona.
Stasera sarò alla Festa Nazionale del Partito Democratico, per presentare una serata dedicata a Giorgio Gaber.
Riporto un articolo dal sito della Festa.
A stasera!
"Una serata per ricordare la figura di Giorgio Gaber attraverso contributi filmati ed i concerti di due grandi interpreti gaberiani come Andrea Rivera e Giulio Casale.
I due artisti oltre ad esibirsi musicalmente parleranno del loro rapporto con Gaber, intervistati dal giornalista Andrea Scanzi.
Tra i video che verranno proposti Chiedo scusa se parlo di Maria (canzone perfetta del connubio pubblico-privato), L’illogica allegria, L’America, Qualcuno era comunista.
Arriveranno domenica, alle 21, all’Arena Spettacoli della Fortezza da basso di Firenze e si esibiranno dal vivo con ingesso libero i quattro artisti dell’edizione 2008 del Festival Teatro Canzone di Giorgio Gaber.
Il Teatro Canzone è una forma d’arte inedita creata da Gaber stesso, conseguente ad esso nel 2004 è nato il Festival Teatro Canzone Giorgio Gaber con la duplice intenzione di ricordare il grande cantautore milanese e ricercate nuovi talenti del teatro canzone. Una manifestazione importante per la canzone di qualità che fin dalla sua prima edizione ha avuto il merito di ospitare artisti nazionali ed internazionali di grande fama e raccogliere adesioni tra i giovani talenti di sicuro avvenire.
Ad esibirsi alla Festa Democratica di Firenze saranno i quattro Artisti del Teatro Canzone, scelti dalla Fondazione Giorgio Gaber.
“Ancora una volta siamo stati sorpresi dalla quantita' e dalla qualita' degli artisti del Teatro Canzone che si sono proposti per l’ edizione del Festival 2008 - dichiara Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Giorgio Gaber - evidentemente questo genere di spettacolo, inventato e perfezionato nel corso degli anni da Giorgio Gaber e da Sandro Luporini, costituisce davvero, come noi auspichiamo, una forma di rappresentazione estremamente originale in grado di valorizzare ai massimi livelli la canzone e la prosa di maggior spessore e impegno''.
Tra brani acustici e monologhi gli spettatori potranno conoscere da vicino e apprezzare: Pierluigi Colantoni, 33 anni, romano, che presenterà un’esibizione acustica dal titolo Soluzioni co-abitative, ovvero il racconto della “fauna” cittadina in tutte le sue forme, manie, tic e contraddizioni; Antonio Del Gaudio, 41 anni, napoletano, che si esibirà con un estratto del suo spettacolo Modestamente…io muoio, un’antitesi alla quotidiana autocelebrazione di cui sono tutti un po’ vittime; Paolo Pallante, 38 anni, ex farmacista di Tivoli, che eseguirà sul palco dell’Arena alcuni brani, accompagnato dalla sua chitarra, che raccontano storie comuni, di uomini e donne, della vita e Flavio Pirini, 44 anni, lombardo, presenterà, in versione acustica, alcuni brani e monologhi che fanno parte di “Polittico”, spettacolo in cui la politica viene evocata più che dichiarata e che mischia temi quali il sociale e il privato.
All’interno della Fondazione Gaber vi è un’ampia gamma di progetti che, in modi diversi mirano a far conoscere per intero la figura del grande artista milanese a varie fasce di pubblico, con obiettivi divulgativi, didattici, di approfondimento, di stimolo e anche perché dagli spunti del suo lavoro, prosegua appunto anche tramite il contributo apportato da il Teatro Canzone, e si mantenga vitale un ricco dibattito culturale intergenerazionale" (Antonia Del Sambro).
Domenica 31 agosto, Arena Centrale – inizio ore 21:15
FESTIVAL TEATRO CANZONE GIORGIO GABER presenta
Serata condotta da ANDREA SCANZI
con la partecipazione di ANDREA RIVERA e GIULIO CASALE
e con i contributi video dai FESTIVAL GABER
in collaborazione con FONDAZIONE GABER
INGRESSO LIBERO
Domani sera presenterò Elogio dell'invecchiamento a Reggio Emilia, alla Festa del Partito Democratico, Modererà l'amico Alessandro Gandino.
Nei prossimi giorni (vi dirò quando appena lo saprò) andrà in onda su Alice Channel la puntata di Pinzimonio alla quale ho partecipato.
A un certo punto, a bruciapelo, Paolo Massobrio mi ha chiesto i 5 vini italiani che porterei nell'isola deserta.
Di getto mi sono venuti questi nomi (con almeno 100 esclusi...):
- Flavio Roddolo. Non un vino solo, ma tutta la sua concezione di vino. Se devo scegliere, il Dolcetto (poi Bricco Appiani, Barolo, Nebbiolo, Barbera).
- Barolo Vigna Rionda. Due piemontesi su 5 vini saranno troppi, per alcuni. Per me no. Langa uber alles. Dico Vigna Rionda perché è forse il mio cru preferito. La lotta è tra Oddero e Massolino. Va bene comunque,
- Pergole Torte Montevertine. Il sangiovese toscano al suo massimo.
- Pico di Angiolino Maule. Un "bianco strano" che mi fa impazzire (e che costa molto meno di altri "bianchi strani").
- Aglianico del Vulture Don Anselmo Paternoster. Il mio rosso del Sud preferito.
Se dovessi scegliere una bottiglia che spieghi al meglio il concetto Ais di persistenza di un vino, o quello più romantico di "progressione" o "lunghezza", andrei sul sicuro optando per questa.
Dei vini della famiglia Fucci avevo già sentito parlare, tutti unanimi nel ritenerlo il nome nuovo più convincente su cui puntare per la piena valorizzazione dell'Aglianico del Vulture.
Alla splendida giornata da Paternoster c'erano anche alcuni produttori "concorrenziali" (non molti: il campanilismo regna sovrano). Macarico, Giannattasio, Basilisco, e appunto Elena Fucci. Una giovane (27enne) dottoressa in Enologia, a cui nonno e papà Salvatore (personaggi veri) hanno intitolato l'azienda. Ho visitato la loro Contrada Solagna del Titolo, a due passi dalla Cantina Rotondo di Paternoster. Stanno costruendo una grande cantina, al centro dei vari vigneti, alcuni dei quali superano in età i 50 anni. Per ora lo spazio è esiguo, i numeri piccoli e le disponibilità economiche non illimitate: da qui l'esigenza di fare un solo vino e di renderlo pronto prima di altri, sempre però nel pieno rispetto del varietale. Quindi, barrique e non botti grandi (una spiegazione "economica" analoga a quella che mi aveva dato la Cooperativa Paterna per il loro Vignanova).
Il vino dell'azienda, che in enoteca si trova sui 30 euro (22-25 franco cantina), si chiama Titolo. Ogni annata è violentemente diversa dall'altra, a conferma di un rispetto sacrale della materia prima. Ho degustato l'annata 2006 dalle varie barrique, prima dell'assemblaggio. Poi ho acquistato un cartone di Titolo 2005 (grazie per la Magnum e le due bottiglie di 2006!).
In serata ho aperta una bottiglia di 2005, a casa, con mia moglie. E' un vino a cui l'Espresso ha dato 18/20 e il Gambero Rosso i 3 bicchieri. Entrambi sono concordi nel ritenerlo uno dei 2-3 migliori Aglianico del Vulture (nelle guide 2008, Paternoster - con la consueta correttezza - non si era presentato, reputando i vini non ancora al meglio).
Freghiamocene, per un attimo (ma anche per più di un attimo), delle guide.
La mia valutazione del Titolo 2005 è di ****+. Un grandissimo vino. Il colore, bello carico rubino con note quasi porpora, tradisce la grande componente estrattiva. Senz'altro consistente, per certi aspetti quasi "viscoso". Al naso l'impatto è di frutta rossa matura, bella distinta: more, mirtilli. Tutto qui? Messa così sembrerebbe la descrizione del solito supertuscan, magari con la solita nota boisè.
No: già al naso arriva poi distinto il rabarbaro, quindi la liquirizia (liquirizia: non l'onnipresente spruzzata di vaniglia). Rispetto al Don Anselmo è meno terroso e più "facile". Al gusto potresti temere l'effetto Asinone, cioè un vino concentratissimo ma stucchevole: tutt'altro. Una delle grandi qualità dell'Aglianico è la spiccata freschezza, spina dorsale della sua longevità. E questo Titolo è un trionfo di acidità, che ripulisce e mitiga la morbidezza e tannini nitidi e inizialmente aggressivi ma poi maturi, ben disegnati. Equilibrato, caldo, con questa freschezza che lo "salva" e lo eleva. Intenso, fine, a un passo dall'armonia, grande bevibilità, felice abbinamento col cibo. E poi c'è questa straordinaria progressione. Una persistenza rara, un allungo deciso e senza "scodate" (questa parola l'ho letta nella guida Ais e volevo usarla prima o poi: qui ci sta bene). Lo hai bevuto da 20 secondi e ancora lo senti in bocca.
Il Titolo, perlomeno nell'annata 2005, è un ottimo esempio di vino tradizionale trattato in chiave felicemente moderna. Vi consiglio di degustarlo in una orizzontale con un Don Anselmo (l'annata 2003 o meglio ancora 2001, oggi straordinarie), per capire le due facce (migliori) della stessa medaglia.
Vito Paternoster ha fatto la cosa giusta, non una ma due volte: la prima, portando a livelli universalmente riconosciuti, con quell'Aglianico del Vulture che è uno dei 10 vini da me scelti in Elogio dell'invecchiamento; la seconda, aprendo - venerdì scorso - le porte della sua nuova cantina a Barile e tutto il Vulture.
Ne è nata una grande festa, al pomeriggio presentazione di Elogio e poi cena-buffet in grande stile, 200 invitati e scenario di quelli da ricordare.
Il Vulture è una delle terre italiane più sottovalutate. Sia come turismo, sia come potenzialità enologiche. Se il Lambrusco è il grande bistrattato per antonomasia, l'Aglianico aspetta ancora quel pieno status di grande vino rosso italiano (non basta il solito paragone "il Barolo del sud", che vuol dire poco).
E' stata una giornata splendida. Ringrazio l'amico Lello Votta che ha contribuito all'organizzazione, il giornalista Luciano Pignataro che benissimo ha presentato la serata (e introdotto il libro che ben conosce), il sindaco di Barile e tutti coloro che c'erano.
Ho colto l'occasione, nella (ahimé rapida) 2 giorni lucana, per conoscere ancora di più le aziende che più stanno facendo per valorizzare al meglio il Vulture.
A chi volesse conoscere l'Aglianico di queste terre (diverso da Taurasi, Aglianico del Taburno, Aglianico molisano e - meno noto - aglianico pugliese), il consiglio è sicuramente quello di approcciarsi a questo vino difficile - ma straordinario, se ben fatto - proprio con i vini tradizionali di Paternoster, che sta al Vulture come Biondi Santi al Brunello (ma i prezzi sono molto più accessibili): provate il base Synthesi e il cru Don Anselmo (e solo in un terzo momento, per curiosità, il Rotondo, che è l'aglianico new style un po' piacione).
Poi ci sono altre aziende, altamente meritevoli, molte di loro abbastanza note (a partire dal "concorrente" D'Angelo, numericamente il più potente della zona e con almeno 3 bottiglie notevoli, Vigna Caselle, Canneto e Valle del Noce). Giusto poi citare Basilisco di Michele Cutolo (a cui mesi fa avevo dedicato questo post), Macarico di Rino Botte (cognato di Vito Paternoster e proprietario anche della bella Locanda del Palazzo), Tenuta del Portale, Cantine del Notaio, Tenuta Le Querce (il Vigna della Corona, con i suoi 60 euro, è l'Aglianico più impegnativo a livello economico), Giannattasio, Terre degli Svevi, Eleano, Eubea e un nome a cui dedicherò il prossimo post: Elena Fucci.
L'Aglianico del Vulture è uno dei miei vini preferiti, senza alcun dubbio il rosso italiano del sud che più mi emoziona (nel podio lascio poi spazio agli Etna come si deve, per la terza piazza devo pensarci). Hanno anche un ottimo rapporto qualità/prezzo (il Don Anselmo si trova sui 25 euro). A svantaggiarli è la poca dimestichezza col marketing, un carattere abbastanza riottoso a mostrarsi (dei produttori come del vino), l'essere partiti un po' tardi (queste erano zone da cantina sociale, vini concepiti per "fare quantità"), la tendenza a farsi la guerra e a non far gruppo nemmeno per obiettivi comuni).
La serata di venerdì era il primo "evento" organizzato nel Vulture, una sorta di azzardo. Un atto di coraggio al quale ho avuto la fortuna di partecipare in prima persona.
L'auspicio è che porti bene. Voi, nel frattempo, andatevi a scoprire questo meraviglioso angolo di cielo e terra.
Luciano Pignataro (a sinistra) ha dedicato alla serata e a Vito Paternoster (al centro) questo articolo.
Per un altro articolo sulla giornata (da Lucania News), cliccate qui.
Per altre foto, andate su uno dei miei album Facebook.
Vi devo delle scuse. Qualche mese fa, questo blog venne invaso dalla querelle Vecchioni-Scanzi. Non ci ripensavo da tempo (le uniche volte che penso a Vecchioni, è quando ho l'otite - adesso - o quando vedo giocare Seppi, abbacinato dalla spietatezza soporifera di entrambi).
Ieri però un amico mi ha segnalato una esilarante lettera irata di Vecchioni al direttore della Gazzetta dello Sport, reo di avere sparato una prima pagina con titolone "Luce a San Siro" (facendo il verso all'unica canzone bella scritta da Vecchioni in 40 anni di carriera) a proposito dell'acquisto di Ronaldinho da parte del Milan (si sa, Vecchioni è interista).
Ho letto quella lettera (che non era ironica...) e ho capito definitivamente che in certi casi è meglio soprassedere. Più che alla frutta, siamo al rabarbaro.
Ora parliamo di cose serie.
La presentazione di Barile (Potenza), nel Vulture, domani sarà in grande stile. Vito Paternoster, il padrone di casa, non intende farci mancare nulla. Duecento invitati, degustazione, catering, gruppo jazz e quant'altro.
Un grazie fin d'ora a lui e Lello Votta (uno dei pochissimi federeriani assennati, peraltro).
Vi saprò dire com'è andata.

Tra i vini che vogliono dire tutto e niente c'è senz'altro il Morellino di Scansano, questa Docg grossetana che solitamente ha fatto della morbidezza e della piacioneria la sua cifra stilistica.
Quali sono i Morellino meritevoli? Domanda difficile, per una zona riottosa a mostrarsi, al di là di qualche celebrato Supertuscan (Avvoltore, Ampeleia, Sughere di Frassinello, Cupinero, etc).
Per quel che vale, io direi: Capatosta Poggio Argentiera, Poggio Valente Le Pupille (ma c'è chi lo odia), Bronzone Belguardo, Arsura Poggio Brigante e poi Villa Patrizia (Le Valentane), Doga delle Clavule (La Doga), Poggiopaoli (Pomonte), Loacker (Riserva Valdifalco).
Sabato scorso, al discreto slowfood di Trequanda Il Conte Matto, ho provato il Morellino di Scansano Ciabatta Riserva 05 Erik Banti, lodato nella guida Ais. La mia valutazione è di ***: ha il "pregio" di un'acidità inusuale per la Docg e resa ancora più esplicità (troppo) dall'annata e dalla poca vita in bottiglia; discreta bevibilità; poca persobalità all'olfatto, gusto e persistenza. Alla carta l'ho trovato a 18 euro.
In questi giorni sto lavorando ad una serie di interviste, I Guru della Tv, per La Stampa. Sono già usciti Enrico Mentana, Pippo Baudo e Maurizio Costanzo.
Due settimane fa sono nate le due cucciole di Tavira, eccole.

Nei prossimi giorni tornerò a presentare Elogio. Eccovi il programma.
Venerdì 22 agosto, ore 18, Cantine Paternoster (Barile). Un pomeriggio-serata dedicato all'Aglianico del Vulture, con Vito Paternoster e la sua straordinaria azienda. Un evento a cui tengo molto.
Mercoledì 27 agosto, ore 21, Festa del Partito Democratico, Reggio Emilia. Presentazione vera e propria con degustazione finale di Lambrusco. Presenta Alessandro Gandino.
Sabato 30 agosto, ore 16, Sorsi d'Autore. Agriturismo Delo/Nizzole, Verona. Una presentazione importante per uno dei migliori festival letterari estivi.
A margine, il 31 agosto presenterò alla Festa Nazionale del Partito Democratico (Firenze) una serata-concerto dedicata a Giorgio Gaber e il Teatro Canzone, presenti Giulio Casale e Andrea Rivera.
Qualche tempo fa, quando il collega Luigi Bolognini di Repubblica venne ad Arezzo, Gianni Mura gli disse: "Auguri, è uno dei posti peggiori in cui mangiare".
Vero, soprattutto se si parla del centro città.
Guide e affini non aiutano, per questo scrivo il seguente post, - garantisco - con cognizione di causa. Usatelo come vademecum quando venite dalle mie parti.
Noterete che nella mia Decina del Cuore - l'ordine, a parte il primo posto, è elastico, ma i nomi sono quelli - non c'è alcun ristorante di Arezzo città, solo provincia. Non è un caso.
Se proprio siete ad Arezzo e volete mangiare lì, affidatevi - senza aspettarvi troppo - ai posti citati nelle guide di settore, che su Arezzo danno spesso il peggio di sé ma che in minima parte aiutano (La Torre di Gnicche, Bacco e Arianna, I Tre Bicchieri, La formaggeria, La Tagliatella).
Ecco la Decina da provare.
1. La Tana degli Orsi, Pratovecchio. Perfetta (a parte la musica, che ogni tanto è tenuta a volume troppo alto e anche come scelta potrebbe essere migliore - i Tiromancino NO!). Grandioso rapporto qualità/prezzo, carta dei vini sontuosa e porthosiana, al martedì degustazioni e dopo le 22 pub con focacce e birre artigianali. E' su tutte le guide, con pieno merito. Caterina e Simone sono garanzie. Vi consiglio...tutto, dal croissant al tartufo e crudo al filetto imperiale, passando per i primi (fatti in casa), il carrello dei formaggi e i dolci strepitosi (anche se non sono un amante del genere). Luogo della vita. Va prenotato con largo anticipo: 0575.583377
2. La Bottega del Vino, Castiglion Fiorentino. Una delle grandi sconfitte delle Guide. Locale che non compare da nessuna parte (ma CHI le fa le scelte?), eppure è ottimo per cucina, vini (veri), ambiente, prezzi, porzioni, piacevolezza. Non ha difetti (a parte la carta dei vini, solo a voce e non stampata: sveglia, ragazzi). I proprietari, Marco Sensitivi e lo chef Claudio, hanno pochi fronzoli, non vanno a questuare critiche compiacenti e badano al sodo. Altamente consigliato: 0575. 658925.
3. Comanchero, Cortona. Ovvero il ranch di Franco Caneschi (e famiglia), il Kit Carson di Cortona. Un cowboy vero, che si veste come tale, frequenta comunità indiane e ha una sfilza di cavalli, cani, rapaci e quant'altro. Personaggio autentico, che ha avuto anche il non piccolo merito di insegnarmi ad andare a cavallo. E' un locale Arci, va fatta la tessera. La cucina è ottima, segnalo in particolare il tris di primi e la carne (compreso il bisonte americano). Come vini optate per i syrah cortonesi. Giovedì e domenica anche (ottima) pizza. Un vero e proprio saloon americano trapiantato in Valdichiana. Per prenotare: 0575.601214.
4. Pane e vino, Cortona. Il luogo in cui è nato Elogio, regno del grande esperto di vini (veri) Arnaldo Rossi. Su tutte le guide, con merito. La carta dei vini è la migliore e più ispirata di tutta Arezzo, la cucina è da enoteca (soprattutto taglieri e piatti freddi), in via di miglioramento. In pieno centro storico cortonese, luogo splendido, garanzia di belle serate. Da standing ovation le degustazioni del giovedì sera, in collaborazione con l'Enoteca Molesini di Cortona. 0575.631010.
5. Enoteca Papposileno, Cavriglia. La mia ultima scoperta, nata da poco più di un anno. Attenzione certosina alle materie prime, punto Porthos e Slow Food, organizzatore di serate a tema, finezze come la carta dei caffè e dei sorbetti. Vini di pregio con onesti ricarichi, menu che cambia ogni settimana, proprietari talentuosi e ambiziosi. Una perla. 347.4758003.
6. Agrisalotto, Cortona. Un agriturismo che ha un antipasto globale (25 euro) che basta per soddisfarti, carta dei vini attenta alla produzione provinciale (ma non solo), primi fatti in casa e ottima carne. L'ambiente, con tanto di piscina e aperitivo all'aperto d'estate, è cartolinesco e incantevole. Mi piace molto, anche se l'ultima volta ho notato che le porzioni erano diminuite in grandezza. Spero sia stato un caso.
7. Il Rifugio, Caprese Michelangelo. A Caprese è (quasi) impossibile mangiare male. Il Rifugio non è il massimo come locale (un po' ampio e caotico), ma è il non plus ultra per chi ama funghi e tartufo. Discreta carta dei vini, piatti abbondanti e un antipasto caldo a 4 portate che è leggenda. Per prenotare: 0575.793968
8. Acquolina, Terranuova Bracciolini. Uno dei primi slowfood italiani. Il luogo perfetto per chi vuole provare la cucina contadina aretina. Poco intimo e poco slow (servizio fin troppo solerte), ma vale il viaggio e non tradisce le attese di chi cerca crostini neri, stinco di maiale et similia. Carta dei vini discreta (a due passi sorge la Cooperativa Paterna). 055.977514
9. Pizzeria La Capanna, Falciano. La migliore pizzeria della provincia di Arezzo, sulla strada che porta a Rassina, tre chilometri sopra Subbiano. Provate la pizza (più del calzone) e scegliete uno dei vini consigliati da Massimo e Ivana. Il locale è spartano e senza fronzoli, ma la pizza è difficilmente superabile. Non accetta prenotazioni nel weekend. 339.5307707.
10. Tirabusciò, Bibbiena. Altro locale slowfood, lo frequento poco (se devo fare il viaggio, preferisco approdare direttamente alla Tana degli Orsi), ma merita per cucina, carta dei vini e attivismo (molte serate a tema). 0575.595474.
Meritano poi una visita: La Formaggeria de' Redi (in pieno centro storico, anche pranzi, ma soprattutto boutique di ottimi formaggi e prelibatezze varie), Lo Steccheto (a due passi da Monte San Savino, criptico e "inquietante" regno del vulcanico Fulgenzi), Loris (sopra Stia, regno dei tortelli di patate e quintessenza della taverna a gestione familiare di una volta), Da Giovanna (periferia di Arezzo, venite qui se cercate buoni vini e cucina contadina aretina), La tagliatella (tra il centro e lo stadio, in zona Giotto: buona cucina, ottimi vini e 2 grandi sommeliers per proprietari), Hostaria La Vecchia Rota a Marciano della Chiana (slowfood con proprietario moooolto pittoresco).
In questo post segnalerò i vini che ho bevuto negli ultimi giorni.
Chianti Classico Badia a Coltibuono 2006 ***. Provato nel ranch del mio amico Comanchero a Cortona, dove di solito opto per i syrah di D'Alessandro e Fabrizio Dionisio. D'estate però fatico a gestire i rossi particolarmente strutturati e non freschissimi. Non adoro il Chianti, o per meglio dire so che è una tipologia che vuol dire tutto e niente. Badia a Coltibuono è un approdo mediamente sicuro, non è il migliore ma raramente inciampi facendoti male. Il 2006, appena uscito e da uve biologiche, è acido e sbilanciato verso le componenti dure, fruttato e floreale, molto giovane: da attendere un po', ma bevibile e senz'altro estivo (per quanto possa esserlo un Chianti). Prezzo al ristorante sui 14-16 euro. Il nuovo Manuale degli Abbinamenti (Giunti) lo elegge a vino prediletto con il roast beef.
Burcianella 2006 bianco *** - Il vino bianco che fanno all'Agrisalotto, piacevolissimo agriturismo nel cortonese. Il loro rosso non mi piace, questo bianco è bizzarro (da uve riesling e sauvignon, non proprio da terre aretine) ma gradevole, fresco e di buona intensità olfattiva. Uno dei bianchi più onesti del territorio aretino.
Nobile di Montepulciano Asinone Poliziano 2001 **+. Per tutte le guide è il miglior Nobile di Montepulciano, Docg che a me convinceva e convince poco. A me è parso il classico vino ipermoderno à la Carlo Ferrini (che infatti è l'enologo), solitamente balsamico e concentrato (troppo concentrato per un vino di prugnolo gentile...). L'ennesimo vinone adatto agli americani, indigeribile e privo di territorialità, abbastanza caro (40 euro al ristorante) e per nulla adatto all'estate. Questi vini (mi) hanno stancato.
Madre 2001 Poggio Antico idem **+. Idem come sopra, pari pari. Lo avevo comprato anni fa e mi pareva eccellente, un Supertuscan lodato dalle guide a base sangiovese e cabernet sauvignon, fatto da uno delle aziende più lodate di Montalcino. L'annata sarebbe pure buona, ma vale lo stesso identico discorso fatto per l'Asinone (e magari hanno pure lo stesso uvaggio, ops!).
Lagrein 2006 Muri Gries base ***. Prima o poi dedicherò un post al Lagrein, sorta di Merlot autoctono altoatesino, bella morbidezza e naturale concentrazione. "Vino da donne", ma in senso buono. Muri Gries è l'azienda leader, questo è il base e se la cava, anche se recentemente mi ha convinto di più il Lagrein Blacedelle Aus Gries 2005 di Josef Niedermayr (***+).
Franciacorta Monte Rossa Prima Cuvèe ***. Un buon Franciacorta fatto da una lodevole azienda. Elegante e di gradevole morbidezza, discreta spalla acida, un po' corto. Provato alla Bottega del vino di Castiglion Fiorentino (20 euro). Come molti Franciacorta, non delude, ma neanche convince (se non raramente) appieno. Discreto rapporto qualità/prezzo, perlage fine ma non numeroso. Comunque da provare. Per quel che vale, il solito Manuale degli Abbinamenti (Giunti) elegge la cuvèe Cabochon di Monte Rossa quale vino perfetto con il sushi.
Ribolla Gialla Rjgialla Selènze La Tunella 2006 ***. De La Tunella parlo anche in Elogio, come azienda futuristica ma un po' asettica. La Ribolla Gialla è uno dei loro vini migliori, chiaramente intesi non come Gravner o Podversic, ma più internazionalmente, genere Felluga/Jerman. Morbida, ammiccante, discreta freschezza, intensa e buona (ma prevedibile) complessità, va bene per chi vuole avvicinarsi con calma al vitigno autoctono bianco più interessante della zona di Udine e Gorizia.
Pian del Ciampolo 2005 Montevertine ***++. Ah, che gran vino. Il Sangiovese (o Sangioveto) come deve essere. Montevertine è in questo la mia azienda preferita, sia nel suo incantevole Pergole Torte, sia nel secondo prodotto dell'azienda (Montevertine) sia in questo "base" che trovate a poco più di 10 euro e che ha nella freschezza, nella tipicità olfattiva, nell'eleganza "proletaria" e nella splendida serbevolezza i suoi cavalli di battaglia. Come da tradizione, c'è anche una piccola percentuale di colorino e canaiolo.

Sangiovese di Romagna Ceregio 2006 La Zerbina ***. Zerbina è probabilmente l'azienda che fa il miglior Sangiovese di Romagna, opera di Cristina Germiniani (moglie del grande degustatore Alessandro Masnaghetti). Il Ceregio è il base, facile e di pronta beva, ottimo da tutto pasto, più fruttato del sangiovese toscano, buon prezzo (10 euro). L'ho provato alla Tana del Grillo, slow food nel bolognese (San Pietro in Casale, per l'esattezza); se ci andate, provate la Rosa di Parma, strepitoso filetto di vitellone con prosciutto e crema di parmigiano reggiano.
Gewurztraminer 2006 San Michele Appiano **++. Il base (la fascia d'elite è la Sainct Valentin) di questa storica cantina sociale. Onesto (nella grande distribuzione si trova a poco meno di 10 euro), anche se amo poco la tipologia e il Gewurztraminer non mi convince appieno quasi mai.
Ribolla Gialla 2004 Damijan Podversic *** - Provata in uno dei ristoranti più meritevoli dell'aretino, l'Enoteca Papposileno di Cavriglia, peraltro "stazione Porthos" oltre che punto Onaf e Slow Food (andateci). Damijan è un vulcanico produttore, sorta di figlio acquisto di Gravner che non ha però sposato l'ulteriore svolta delle anfore. E' il vino gravneriano che ti aspetti, profumi da passito al naso dati dalla macerazione di 60 giorni a cielo aperto senza controllo di temperatura (miele, frutta candita gialla, albicocca e tant'altro), e - quasi a tradimento - toni da vino secco all'esame gusto-olfattivo. Meno elegante del blend Kaplja (chardonnay, tocai e malvasia), questa 2004 è splendida (giallo dorato) e non torbida (strano...) al colore, accattivante (ma non eccessivamente dinamica) all'olfatto. Al gusto ha la morbidezza della glicerina da "vendemmia tardiva", non troppo calda ed elegante; pecca un po' in freschezza e sapidità. Persistente e fine, ma di una eleganza che altre volte era stata più esplicita. Leggero finale amaricante che stride con la morbidezza dell'impatto iniziale. Una Ribolla in chiaroscuro (che non costa poco, 30 euro nelle enoteche migliori) per un produttore di grande talento.
Un lettore mi ha segnalato questo bel post, che trovate qui.
Mi piace riportarlo anche nel mio blog.
Questo è un bel libro che se si ha un minimo, ma proprio un minimo, di interesse al vino o semplicemente piace bere un bicchiere ogni tanto, deve essere assolutamente letto. L'amico Maurizio Pratelli ne ha scritto un bella recensione.
Mi piace anche perchè in Andrea Scanzi ho trovato alcune affinità, prime fra tutte la comune passione per la musica e, ovviamente, il vino. Ma la cosa che mi piace di più è che mi pare di intravedere un cammino nel mondo del vino che trovo abbastanza simile al mio. Certo lui ha studiato di più per arrivare ai titoli AIS di cui può fregiarsi, ma sono sempre più convinto che la vera 'scuola' alla fine è sulla strada, conoscere i vignaioli, respirare il lavoro in vigna e cantina, bere di più e degustare di meno.
Certo i corsi servono, AIS ma anche il base dell'ONAV è più che sufficente. Perchè come diceva mi pare Miles Davis ' impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, ma poi dimenticati di tutto e suona come ti pare'. Per esempio al mio primo livello AIS l'enologo ha spiegato come si fa il vino 'perfetto', quello asettico che viene propinato alla maggioranza di noi, ha spiegato cosa sono i lieviti, la loro funzione e che occorre utilizzare i lieviti selezionati e le temperature controllate altrimenti la fermentazione non parte. Però non insegnano che la fermentazione non parte perché i lieviti naturali sono stati ammazzati dalle porcherie chimiche spruzzate in vigna. Poi la 'strada' ti porta a conoscere vignaioli che non usano queste 'tecnologie', lavorano pulito con grande rispetto della natura, del frutto della vite, del vino che producono e del consumatore che alla fine lo beve. Questi vignaioli spesso ti parlano anche di un filosofo, Rudolf Steiner, della viticoltura biodinamica, assaggi i loro vini, all'inizio magari possono sembrare 'diversi', profumi e sapori che ai corsi non avevi mai sentito, perchè finalmente si sente il profumo della terra dove quell'uva è cresciuta, si sente la differenza tra le annate, annusi il lavoro fatto e ad un certo punto io sono arrivato spesso a pensare che sto bevendo non solo il frutto del lavoro di un vignaiolo ma, anche se può sembrare un paradosso, il vignaiolo stesso, il suo spirito. Questo in particolare se si è avuto modo di conoscerlo personalmente. Beh Andrea nel suo libro comincia ad avvicinarsi a questo tipo di produttori ed ora, attraverso il suo blog, mi pare che si stia sempre più avvicinando al mondo dei vini 'puliti', ma c'è anche chi li chiama vini veri, naturali, triple A e, abbastanza impropriamente, biodinamici. Proprio dal suo blog prendo questo stralcio di una conferenza di Sandro Sangiorgi, direttore della rivista Porthos, che ben spiega questi vini:
'Non è vero che la biodinamica costa di più. Permette anzi di avvicinarsi di più alla terra. Questo può accadere solo con pazienza e disciplina. Con la biodinamica la terra torna a vivere, paradossalmente i vini biodinamici fanno sentire meno l’uva e più il terreno, ma anche questo è naturale, sono pochissimi i vitigni che sanno spiccatamente di frutto e fiore. Il vino è un prodotto altamente civilizzato, da sempre ha avuto bisogno dell’aiuto dell’uomo: la biodinamica è una buona risposta. Rudolf Steiner, che peraltro non amava il vino, ci ha dato ottimi strumenti per ridonare vita alla terra. I polifenoli del vino rosso sono di per sé poco digeribili, quelli del legno sono ancora più indigesti, in particolare il rovere poco stagionato: il più usato dai modernisti. Dicono che la mia idea di vino è edonista, ma è il commento interessato dei tecnici. Il vino, per essere interessante, deve rispondere a tre caratteristiche: essere corrispondente al luogo d’origine; essere un ottimo ministro della tavola, mai prevaricante sul cibo ma ispirato e discreto accompagnatore; ed essere digeribile. Io sono alla ricerca di vini interessanti, ed oggi i vini più interessanti sono quelli naturali, non solo biodinamici. Questo vino, da interessante, deve diventare universale: non deve inseguire la nicchia. Essere naturali è straordinario, ma non basta. Perché inseguo questi vini? Perché nel 2001 ho conosciuto Nicolas Joly, e perché alla fine degli anni ’90 mi resi conto che, durante le degustazioni seriali per la guida Vini d’Italia, non ricordavo più i vini che avevo degustato dieci minuti prima: dovevo fermarmi' Grazie Andrea, ti leggo sempre con piacere, e spero presto di fare un bella bevuta in tua compagnia.
Martedì scorso la nostra labrador, Tavira, ha partorito due cuccioli femmina, neri come lei. E' stato necessario il cesareo. Abbiamo avuto un po' di paura, ma tutto è andato bene ed ora sono tutte in gran forma.
Il giorno dopo io e Linda abbiamo festeggiato con alcuni amici, aprendo tra le altre cose una magnum di Campanone Lombardini (nella serata ha fatto buona mostra di sé anche il Lambrusco Reggiano Striscia Blu di Cantina di Arceto, azienda più nota per il Niveo e il Vigna Migliolungo).
Ieri siamo stati alla Locanda de l'Amorosa, a Sinalunga, lussuoso e fighetto resort che già conoscevamo (ebbene sì, lo so, ogni tanto non sono sufficientemente bolscevico). Paesaggio da 10, locali da 9, cucina da 6 (la ricordavo migliore).
In questi posti la carta dei vini è sempre internazionale e filo-Supertuscans. Alla fine abbiamo optato per il Saten de La Montina. Il Saten è un marchio registrato della Docg Franciacorta, sta per "satinato" ed è fatto con uve in prevalenza chardonnay e piccole percentuali di pinot bianco (quest'ultimo dona fragranza). E' un Blanc des Blancs più facile, con atmosfera più bassa (4.5 atmosfere e non 6), quindi bollicine meno aggressive, e una chiara impronta vellutata (satinata).
La Montina è la classica (grande) azienda di Franciacorta, numeri imponenti e livello medio mai accecante (ma sempre decente). Poca personalità, discreta piacevolezza. Forse la loro bottiglia migliore è il Millesimato (ora si trova la 2002). Il Brut Saten è come te lo aspetti, di un bel giallo dorato, al naso agrumato e poi miele e vaniglia, rotondo e morbido, gentile, non lunghissimo.
Una bottiglia emblematica del livello medio (buono) e della persoanlità media (non eccelsa) della Docg Franciacorta.
E' una bottiglia da 16-19 euro in enoteca, all'Amorosa costava poco meno di 40 (uh). Non esaltante il rapporto qualità/prezzo, per una Docg del resto non certo famosa per la convenienza economica.
La mia valutazione è di ***.