Adoro i vitigni rari, mi affascinano. E in Italia ne abbiamo così tanti (per quanto?).
Ieri sera ero a Roma. Mi sono concesso una piacevola cena nella enoteca Giulio passami l'olio, in via Monte Giordano. Ottima carta dei vini, cucina semplice ma materie prime apprezzabili (e crepes salate come si deve). Se non fosse peril brutto vizio di lasciare la porta aperta anche d'inverno, facendo entrare il gelo nel locale, non riscontrerei alcun difetto. Provatelo.
Ho provato uno dei vitigni più rari d'Italia, l'avanà, tipico della Valdisusa. Ancora Piemonte: quanti pregi ha questa regione? Sia lodata.
Per molti, somigliando a Gamay e Troyan, l'Avanà proviene dalla Francia. Rarissimo (prima della fillossera era uno dei vitigni più usati in Piemonte), dà luogo ormai a vini quasi mai in purezza, ma abbinati a Becouet, Neretta Cuneese e Barbera. Una delle Doc più note è la Pinerolese Ramie.
A Roma ho provato un 2006 dell'Azienda Agricola Sibille con sede a Gravere, nella collinetta di Colfacero, vocata da un microclima particolarmente favorevole. Una delle migliori nella produzione del cosiddetto "sangue della montagna". E' un vino molto piacevole, mai con eccessive gradazioni (12), russo rubino scarico (non per nulla somiglia al Gamay). Fruttato, floreale, un che di animale e una distinta nota di pepe bianco. Fresco, sapido, tannini timidissimi (in questo, e non solo, mi ha ricordato un altro vitigno autoctono minore piemontese, l'amato Ruché del Monferrato). E' un vino che si trova male, ma per gentilezza e tipicità ve lo consiglio senza dubbio. Al ristorante va sui 20 euro, franco cantina sotto i 10. La mia valutazione è di ***+.
L'altro vino di cui vi parlo, con colpevole ritardo, è il Cotes du Jura Savagnin 2003 di Domaine Berthet-Bondet. Il Savagnin è il vitigno bianco autoctono della Jura, zona sottovalutata enologicamente ma capace di creare due vini tutti suoi, vin de paille e vin jaune. Il Savagnin, brutalizzandolo, può essere definito un Gewurztraminer francese. Senz'altro ha un'aromaticità spiccata, anzitutto di noce. Mi è stato regalato da Sandro Sangiorgi, che lo ama, e non fatico a capirne il motivo: per l'originalità (non fine a se stessa), il coraggio nella vinificazione, la ipicità territoriale.
Non è un vino facile. All'olfatto si presenta ossidato, quasi etereo, con un delizioso sentore di miele, frutta gialla candita e una ricchezza complessiva che farebbe pensare (anche per via del colore, giallo dorato) a un vino dolce di pregio (o un vin santo con basso residuo zuccherino). Poi al gusto lo scopri secco e, se non te l'aspetti, ti spiazza. Un po' come i vini gravneriani più spinti. Mette in difficoltà con l'abbinamento. Io l'ho provato con un risotto alla milanese come si deve (su consiglio di Sangiorgi), proprio per bilanciare le 2 forti aromaticità (savagnin e zafferano). Ciò nonostante il vino, alla fine, ha vinto, dando ragione a chi lo ritiene un abbinamento quasi obbligato con il foie gras. Il vitigno è a maturazione tardiva, e questo già ne spiega parzialmente colore dorato e grande alcolicità (14).
Domaine Berthet-Bondet, a Chateu-Chalon, fa affinare questo vino per almeno tre anni in piccole botti di legno sotto un velo di lieviti (un po' come certe tipologie di sherry: ecco il perché dell'ossidazione). Ne nasce un vino di grande complessità e persistenza. Stupendo per freschezza e sapidità. Non è elegantissimo: all'inizio lo reputi "da meditazione", poi se la cava con il cibo (alcuni cibi), poi - di nuovo solo - tende a prevaricare e strafare. Vino comunque interessantissimo (credo si trovi - male - a una trentina di euro). La mia valutazione è di ***+.
Cercatelo, e grazie ancora a Sandro.

Sabato scorso ho passato un weekend a Bologna. In serata ho provato un ristorante presente nella nuova guida I Ristoranti di Bibenda 2009. Si tratta dello Scacco Matto, in una zona defilata e non troppo invitante del centro.
Il locale, presente in tutte le guide (a parte SlowFood e Veronelli), ha convinto me e Linda. Carne e pesce, prezzi onesti, carta dei vini di pregio e con ricarichi accettabili. Ho provato la carne cruda battuta al coltello con tuorlo d'uovo, una "piemontesità" bene interpretata (il locale è gestito da lucani e non fa una cucina tradizionale bolognese). Linda ha provato salumi lucani con melanzane sott'olio. Secondo con capretto e purea di patate per lei, filetto di maiale al tartufo nero per me: ben fatti, ben presentati. Voto 7.
Abbiamo bevuto un Sangiovese di Romagna Riserva Superiore 2004 Pruno. Prezzo in enoteca sui 20 euro, 26 al ristorante (se non ricordo male). L'azienda è tra le più celebri di Forlì per la produzione di sangiovese. Il vanto è la Riserva Speciale Dieci Anni.
L'interpretazione del sangiovese romagnolo di Drei Donà è moderna. Il Pruno 2004 colpiva per i profumi fortemente fruttati, sotto spirito, macerati. Poi fiori rossi appassiti e la speziatura (gentile) del legno. In bocca colpiva anzitutto l'alcol, salvato però da un sostanziale bilanciamento tra morbidezza e freschezza (più morbido che fresco). Buona persistenza, discrete eleganza e bevibilità. Lo definirei un vino moderno e facile (lo stesso sangiovese romagnolo è solitamente meno complesso del toscano), ma ben fatto. La mia valutazione è di ***+.
Ah: so che avrei dovuto provare qualcosa dei Colli Bolognesi, ma la carta dei vini non contemplava molte etichette convincenti della zona, e io stesso serbo ricordi non trascendentali di quella Doc, compresi alcuni nomi celebrati (un nome: Cabernet Sauvignon Bonzarone 2004).
Ieri ho ricevuto una bella lettera da Vincenzo Reda, grande esperto di vini (e non solo). E' stato a visitare Flavio Roddolo e mi ha mandato i suoi commenti, che mi piace pubblicare.
Giovedì sono stato, come annunciato, alla degustazione dei Cinque Grappoli 2009. Luogo, Hotel Cavalieri Hilton a Roma. Organizzazione quantomeno discutibile, servizio d'ordine che neanche al Papete e una elasticità mentale che mi ha ricordato quella di Gustavo Selva. Un nome, su tutti, si è stagliato per simpatia e tolleranza: quello di Federica Gaucci. Ve ne parlerò. Dettagliatamente. Tanto per farvi capire a) che i vini buoni esistono, b) che la "comunicazione" in Italia è concepita in maniera squisitamente dadaista, quando non illogica.
Stasera degusterò un Savagnin dello Jura, un bianco autoctono francese molto aromatico. Me lo ha regalato Sandro Sangiorgi: anche di questo vi racconterò.
Il post di oggi lo dedico alla degustazione, fatta due settimane fa di un Barolo storico, il Ciabot Mentin Ginestra di Domenico Clerico. Annata sontuosa, 1997. Opera a Monforte d'Alba, terra dei miei Barolo preferiti.
Negli ultimi anni Clerico ha sposato forse una concezione troppo modernista di Barolo. Nel 1997 era "ancora tradizionalista". Un vino impegnativo, da 50 euro abbondanti (ma al ristorante è un prezzo molto onesto, infatti eravamo alla Tana degli Orsi).
La mia valutazione è di ****.
Ricco e complesso all'olfatto, etereo e speziato, note erbacee, cuoio, tabacco e poi viola appassita. Elegante, lungo (ma non lunghissimo), equilibrato, di giusta morbidezza, avvolgente. A un passo dall'armonia, che gli nego per una sorta di mancanza di personalità (almeno ad altissimi livelli) che ho creduto di riscontrare, e che altri Barolo - ad esempio Rinaldi - hanno.
Comunque un gran vino.
Provatelo, ma solo nelle occasioni importanti,
Tra poche ore parteciperò alla degustazione di tutti i 5 grappoli premiati dalla guida Duemilavini 2009, giunta alla decima edizione.
L'evento avrà luogo oggi dalle 17 alle 21.30 a Roma, all'Hotel Rome Cavalieri The Waldorf.
Il biglietto d'ingresso non è economico, 70 euro. Parteciperò come accreditato.
Sono molto curioso, spero che la degustazione non deluda.
Appena potrò, posterò qui le mie valutazioni.
Stay tuned.
Sabato scorso mi sono concesso un vino impegnativo, il Paleo 2002 Le Macchiole. Uno dei migliori Cabernet Franc in purezza d'Italia. L'ho trovato a 40 euro, buon prezzo, alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino.
Le Macchiole è uno dei luoghi "sicuri" del poco sicuro Bolgherese. Il Cabernet Franc è notoriamente vitigno verde, erbaceo, preso come paradigmatico per la nota - famigerata - di peperone verde.
Il Paleo ha una eleganza tutta sua, anche in un'annata non facile. Intenso e complesso, dominano i profumi terziari, su tutti la liquirizia, il tabacco, il cuoio. Lungo il finale, reso ulteriormente piacevole da una bella nota balsamica. Elegante ed equilibrato, l'acidità finale lo salva dalla naturale morbidezza data da legno e zona.
Un vino che esige un abbinamento impegnativo (carni speziate e succulente, ad esempio), a cui do senz'altro un ****+.
I Lambrusco Ceci sono i più celebrati nelle guide (a parte quella dell'Espresso). Luca Maroni li adora, Decanter li adora, Vini d'Italia ha dato i 2 bicchieri all'Otello Gold e quest'anno, per la prima volta, DuemilaVini ha dato il massimo dei voti (5 grappoli) a un Lambrusco: è proprio di Ceci, per l'esattezza il Nero di Otello.
Come sapete, io ho citato Ceci in Elogio, ma solitamente ho parlato di altre aziende, forse sottovalutando (come mi aveva ricordato più di un anno fa Camillo Langone) i Lambrusco parmensi.
Ceci è una grande azienda, non solo di Lambrusco, che opera a Torrile. E' nota per la qualità dei prodotti, per gli alti numeri e l'attenzione all'estetica (ad esempio la forma delle bottiglie).
Scrivo questo post dopo avere degustato 5 vini diversi di Ceci. I primi due non mi avevano convinto particolarmente. Eppure erano forse i più prestigiosi: il Lambrusco Otello Linea Oro (il Nero di Otello pluriblasonato) e il Lambrusco Terre Verdiane. Li ho trovato entrambi un po' troppo carichi, concentrati, quasi un cappuccino al Lambrusco, debordanti di crema e morbidezza. In debito di freschezza. Burrosi. Un po' "maroniani", alla lunga stancanti. Li potrei definire dei Lambrusco concepiti alla Supertuscans: Lambrusco-Bolgheri, se capite cosa intendo, anche se a una seconda degustazione mi hanno convinto maggiormente.
Altro discorso faccio per il Nero di Lambrusco (che teoricamente sarebbe il "base" dell'Otello): un Lambrusco come si deve, al colore, all'olfatto, al gusto (finalmente acidità e sapidità). Se la gioca con le massime espressioni di Lambrusco Reggiano e Mantovano (a cui il Parmense somiglia), ad esempio l'Arte e Concerto di Medici Ermete, il Vigna Migliolungo di Arceto e l'80 Vendemmie di Quistello. La mia valutazione è di ***++.
La sorpresa (positiva) sono poi stati i rosati. Ve ne consiglio due, entrambi spumanti charmat. Uno è l'Otello Rosè, a base di uvaggio Lambrusco e Pinot Nero: se la cava con risotti, pesci non elaborati e formaggi non stagionati, fresco ed equilibrato, con la sua giusta eleganza e una discreta tipicità (***++). Uno dei rosati migliori italiani da Lambrusco (anche se non in purezza e aiutato da un vitigno notoriamente perfetto nella spumantizzazione). Bene anche il più azzardato - ma meritevole - SS 9 (Strada Statale Emilia), ancora un rosato ma non della serie Otello, a base Lambrusco e Sangiovese. Forse perfino più elegante. (***++).
Provateli e fatemi sapere.