Ieri sera ho scoperto un buon ristorante fiorentino (e non è facile trovarne). Si chiama I' Giuggiolo, zona stadio, ideale per una cena toscana tipica.
Ero con la troupe di Lunedì Gol, avevamo appena visto il bello spettacolo di Andrea Bruni allo Scantinato.
La bistecca alla fiorentina era perfetta, ma ho avuto modo di vedere che anche il resto del menù (pizza compresa) era di pregio.
I prezzi sono medi, né economici né cari.
La bistecca ben si è sposata con uno dei pochi Chanti Classico realmente convincenti. Il Baroncole, annata 2005, 30 euro in carta (in enoteca sta sui 22). L'azienda, lodata e tradizionale, è San Giusto a Rentennano, celebre per il Percarlo, grande sangiovese in purezza.
Il Baroncolo, in un'annata non eccelsa come la 2005, è come deve (dovrebbe) essere un Chanti Classico: fresco, di carattere ma non invasivo, un po' spigoloso, con tannini a volte irruenti. Ancor più in un'azienda che poco ama il maquillage del rovere.
Non è un vino della vita, non è detto che piaccia a tutti. Ma il Chianti nacque per questo: per accompagnare le carni e i pasti di tutti i giorni. Non per vincere i premi prostituendosi.
Il Baroncole 2005, la cui valutazione è di ***+ (difetta nella complessità olfattiva, convince appieno nella serbevolezza), è un Chanti vero. E non è poco.
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Ho scritto questo pezzo per il portale Fritti in pagella. Lo pubblico anche qui.
Sono un dipendente da Guida Slowfood, credo sia l’ultima cosa rimastami del frasario rigorosamente radical chic “de sinistra”. E’ vero, compro tutte le guide, non di rado pentendomene (ogni anno), ma la Slow Food è – lo confesso - la mia preferita. O la mia meno disistimata. Per nulla perfetta (è più elitaria di Carla Bruni), ma se devo portar dietro una sola guida opto per quella (al secondo posto La Gola in Tasca di Alice, al terzo boh).
L’aspetto più lodevole di Osterie d’Italia è quello di farti visitare posti altrimenti impensabili. In questo senso la (mia) lista sarebbe lunga. L’esempio più facile è Ne, paese del genovese con 7 abitanti 2 slowfood: lì ho provato L’Antica Osteria dei Mosto, voto 8. Ancora Liguria, stavolta ovest di Savona: Borgio Verezzi, lo conoscete? No, salvo parenti e amanti della buona tavola. E’ qui che troverete l’ottimo Da Casetta, voto 8.
Non sempre va così bene. Portalbera, nel pavese, paesaggio da romanzi di Tiziano Sclavi (che infatti è nato e vive a due passi, Broni). Qui c’è l’Osteria dei Pescatori, voto 6. Un po’ meglio (6.5) La Locanda dell’Olmo a Bosco Marengo, nell’alessandrino, tappa pre-Langa di cui ricordo il carrello dei formaggi, i lavori in corso sulla Piazza del Mercato e il Dolcetto di Ovada Tacchino.
Altri due esempi (poi giuro smetto). San Pietro in Casale è tra Ferrara e Bologna, frazione Rubizzano: non ci passeresti neanche per disgrazia. Qui sorge la Tana del Grillo (voto 6+), trattoria che visitai fermandomi di ritorno da Cortina (lo so, è molto distante, ma è una storia lunga). Non c’era nessuno, allegria scarsamente contagiosa, da ricordare solo “la rosa di Parma” (filetto di vitello con Prosciutto di Parma e salsa di parmigiano).
Infine Colonnata, sette chilometri sopra Carrara (sì, quella del lardo). Mi ci fermai una volta a pranzo, alle 17 avevo un appuntamento al carcere di Chiavari (no, non mi arrestavano, non ancora almeno; era un incontro con i detenuti). Mi persi, nonostante (o per colpa del) navigatore. Anche qui due slowfood. Io ho provato La Locanda apuana, voto 7.5. Strepitoso l’antipasto della Locanda, un po’ meno l’atmosfera da bottega strapaesana (ma può piacere anche quello).
Finito tale lungo preambolo, che più che altro mi serviva per far mente locale su quante volte vado in giro a capocchia, vengo alfine alla recensione dell’unica slowfood forlivese. In provincia ne trovate non pochi, a Forlì solo questo. Si chiama Don Abbondio e si chiamava (non a caso) Osteria della Trippa. Sta in centro, non potete non trovarlo (non è vero, ma è rassicurante leggerlo).
Piano terra informale, pareti rivestite col legno delle casse del vino. Secondo piano più rifinito, ma durante la nostra visita era aperto solo il piano terra. E’ una enoteca-ristorante, buona carta dei vini, menù che varia costantemente in base alla stagione. L’unico piatto fisso è la trippa. Come prezzi il locale è in linea con gli slowfood che se la tirano mediamente, ma l’atmosfera è piacevole e anche per questo – oltre che per cucina e vino – Don Abbondio è diventato ritrovo di studenti universitari.
In sala Simone Zoli, che ha rilanciato il locale. In cucina Diego, che non so chi sia ma così è scritto sulla guida. Io e Linda (la mia compagna) ci siamo stati martedì 14 aprile a cena, il giorno dopo Pasquetta. Scrivo la data perché qualcosa in menù non c’era, e forse sarà dipeso dalla stanchezza post-festività.
Una cosa che non sopporto dei ristoranti è quando sulla carta c’è scritto un piatto, o un vino, e poi non c’è. E’ detestabile, mi incupisco e a quel punto l’oste ci rimane male (e io ne godo, lo confesso). Avevamo voglia di piadina, come accompagnamento al posto del pane: era scritta, ma non c’era. Ahi. Da bere volevo provare l’Avi di San Patrignano: c’era scritto, ma non c’era. Molto male. Si aggiunga che il pane, “fatto rigorosamente in casa”, tale non sembrava: comunissimo.
Partire peggio era difficile. Mancava solo una mazurca di Vecchioni dagli altoparlanti (la musica è proprio assente, e non è un male. Si ascoltano delle fetecchie imbarazzanti, spesso).
Scorati e delusi, abbiamo scelto – per consolarci? - un vino impegnativo, il Sangiovese Superiore Riserva Pietramora 2001 della lodata Fattoria Zerbina. Le annate normali andavano sui 35 euro, questa 40: ricarico impegnativo, una 2003 si trova in enoteca a 20 euro. Era buono? Be’, è un vino ardito, si fa da vigne (abbastanza) vecchie, solo nelle annate giuste. Uve sovramaturate, gradazione assassina (15.5) e rischio marmellatoso. Una sorta di Amarone di sangiovese, però fresco, olfatto invitante e voglia di riberlo. Non da tutti i giorni, ma deve provare almeno una volta.
Due piatti per uno. Linda ha esordito con raviggiolo (tipico della zona) servito con fave, fagioli e ceci mignon (e croccanti). Facile ma buono. Io ho provato i basotti con formaggio di fossa. I basotti sono tagliolini fatti in casa, cotti nel brodo e poi rifatti in forno gratinati. Un piatto di recupero, tipico della zona, presentato a mattone. Non pesante, curioso.
Lo scarto in avanti sono però stati i secondi. Io ho provato la mitica trippa, qui cucinata con verdure e formaggio di fossa a scaglie. Bene il formaggio, mentre delle carotine e piselli in giro avrei fatto a meno (ma sono toscano, da noi la trippa è più selvaggia). Comunque la trippa era buonissima.
Linda è stata ancor più fortunata: uno stracotto di manzo al sangiovese semplicemente superbo. Il miglior stracotto mai sentito, meglio del brasato al Barolo come pure del peposo valdarnese. Applausi a scena aperta.
Ci siamo fermati qui, niente dolci (non li provo mai, sorry). Ultima curiosità il caffé, artigianale, di Leonardo Lelli (Bologna): non sono un esperto, ma era molto cremoso e appagante.
Prezzo 89 euro, che non è pochissimo, ma solo con il vino sono partiti 40 euro (mediamente ogni piatto sta tra i 10 e i 15 euro).
La mia valutazione finale, tutto considerato, dati cause e pretesti, è di 7.

Pietramora 2001 Riserva Fattora Zerbina. ***++. Sangiovese di Romagna Superiore in purezza, fatto da vigne vecchie. Uno dei prodotti più celebri e lodati della Romagna. Il prezzo è impegnativo, 40 euro al ristorante (per quest’annata, ottima: le altre sui 35). In enoteca si trova attorno ai 20-25 euro. Il sangiovese romagnolo, per quanto celebre, soffre da sempre il confronto con il toscano: nasce naturalmente più facile, più fruttato. Questo è uno dei più ambiziosi. L’alcol mette paura, addirittura 15 gradi e mezzo. Il sangiovese arriva qui tardivamente a maturazione, l’esposizione dei vigneti è a nord-est e non rende facile la maturazione (non viene prodotto ogni anno, ma solo quando lo merita). Per certi aspetti è un Amarone di sangiovese, ma la definizione è forzata e potrebbe sembrare negativa. Al contrario, questo Pietramora ha come unico difetto la gradazione imponente, che esige abbinamenti forti (quali? Carni succulente, formaggio erborinati). Il profumo è quello della frutta sotto spirito, ma c’è anche un balsamico, la nota verde, fiori appassiti e tabacco dolce. Si sente il legno, ma non è invasivo. Freschezza intatta, e questo lo salva. Vino equilibrato, complesso all’olfatto, decisamente persistente. Elegante, non elegantissimo. Un’esperienza forte: da fare, per goderne e per conoscere un Sangiovese di Romagna che con lo stereotipo “osteria e proletariato” non c’entra una mazza.
Castel del Monte Il Falcone 2003 Riserva Rivera ***++ – Uno dei rossi del sud più celebri, 70 percento Uva di Troia (uva tannica e scontrosa), 30 percento Montepulciano d’Abruzzo. Un uvaggio che ha forti radici storiche. Qui trovate una bella degustazione (su Lavinium) di una verticale di Castel del Monte. L’annata che ho trovato, la 2003, non è la migliore perché calda. L’ho anche aperta troppo presto, questo è un vino perfetto per invecchiare. Però la degustazione non è stata deludente, anzi. Il tannino c’è, deve ancora smussarsi ma è pacificato dalla spina dorsale acida. Il profumo non è solo di frutta macerata ma anche – soprattutto? – di una piacevole nota erbacea, che torna anche per retrolfazione. Fiori appassiti e speziature, poi. Una piccola nota balsamica. Lungo e armonico, invogliante anche al secondo bicchiere. In enoteca si trova attorno ai 30 euro. Non si può non provare.
La Busattina Terre Eteree Sovana 2005 ***+. Triple A dedicato a una Doc poco nota, come quasi tutte quelle grossetane eccezion fatta per il Morellino di Scansano. Sangiovese e Ciliegiolo. Vino biodinamico, genere pauperista. Fresco e felicemente fruttato, di gran beva, un po’ confuso nei profumi ma territoriale e fedele compagno di pasto. Non troppo economico, sta sui 20 euro al ristorante, ma è una esperienza che mi sento di consigliarvi, se non altro – e non è poco – per conoscere un aspetto enologico grossetano che certo non troverete al supermercato o nei ristoranti canonici.
Ci ritroviamo qui dopo molto tempo. Sorry. Come sapete, da qualche mese ho un blog su La Stampa che mi occupa molto tempo. Ma anche questo va avanti. E andrà avanti. Più di quanto possiate immaginare, come (spero) scoprirete nel tempo).
Ecco i vini degustati in queste settimane.
Pinot Grigio Institut Agricole Régional 2006 ***++. Di questo Istituto Valdostano ho già parlato altre volte. Mi piace molto, sia nei bianchi che nei rossi. La Valle d'Aosta è una delle grandi regioni misconosciute italiane. Il Pinot Grigio di per sé è un bianco poco caratterizzato, quasi neutro, senza troppe ambizioni, ma questa bottiglia è ben fatta per freschezza, sapidità, equilibrio e piacevolezza.
Priè Blanc Grosjean 2006 ***++. Altra azienda di pregio valdostana, altro bianco. Stavolta un autoctono, amatissimo da Veronelli. Di gran sapidità e acidità, territoriale, ottimo rapporto qualità prezzo (entrambi i vini, in enoteca, si trovano - male: rarissimi - attorno ai 10 euro). I fratelli Grosjean sono anche tra i pochi a produrre Premetta, altro vitigno autoctono rosso cerasuolo, in purezza. Da scoprire.
Montepulciano d'Abruzzo Yume Caldora 2005 **+. Il Montepulciano d'Abruzzo è una brutta bestia, e a me piace la sua interpretazione estrema: o iper-concentrato (il Kurni) o - meglio ancora - il paradigmatico Valentini (ma pure un Emidio Pepe senza odiose puzzette). Lo Yume, di cui vi segnalo questa recensione nel blog di Luciano Pignataro, è invece il classico Montepulciano d'Abruzzo scolastico. Il vitigno, si sa, è naturalmente carico, concentrato e alcolico. Tannico. Necessita di lungo e "brutale" invecchiamento, che vuol quasi sempre dire barrique. E vino-Pinocchio, alla fine. Yume vuol dire Sogno in giapponese, i vigneti - nel territorio ortonese - sono lavorati dalla Comunità Soggiorno Proposta, impegnata nel recupero dalla tossicodipendenza (il modello enologico è San Patrignano). Tutto molto bello, auguri. Però il vino un po' stanca, è sbilanciato verso le morbidezze e non ha smaltito affatto il legno. Il prezzo è onesto, sotto le 10 euro. E me l'avevano consigliato non pochi "consumatori comuni", a ribadire il concetto che il primo scalino della conoscenza è il Vino-Sveltina (vedi alla voce Shiraz australiano).
Lambrusco Eclisse Cantina Paltrinieri Vendemmia 2007 ***++. Di questo Lambrusco di Sorbara, dai vigneti mitici del Cristo, avevo già parlato. Anche dettagliatamente. Ieri ho aperto una bottiglia dell'annata 2007 e ho nuovamente apprezzato colore, freschezza, sapidità, bevibilità e quei profumi di lampone e pompelmo rosa. Quasi citrino, fortemente tipico. L'Eclisse è il prodotto di punta di Paltrinieri, accanto alla Etichetta Rossa (Sorbara non in purezza) e alla Etichetta Bianca, Sorbara in purezza ma da vigneti "normali". L'ho consigliato e lo faccio ancora.
Domani altri quattro vini, tra cui il "mitico" Castel del Monte Il Falcone Rivera (Riserva 2003) e il Triple A Busattina Sovana.