Sono in viaggio io e sono in viaggio i lettori. In questi giorni ho fatto tappa a Las Vegas e Praga. La settimana prossima sarò in giro per la mia nuova esperienza televisiva e proprio per questo non è escluso che dovrò saltare il Vinitaly (e manifestazioni alternative: sob sigh mumble).
Nel prossimo numero della rivista dell'Ais di Padova, uscirà questo articolo. E' un affettuoso reportage della serata, a cura di Stefano De Marchi (il primo alla mia destra).
Mi piace riportarlo.
La foto, scattata a fine serata (l'altro ospite che esibisce la targa è il produttore Gianni Borin), esprime abbastanza bene il mio concetto un po' "iper-moderno" di look e divisa Ais.
“Elogio all’invecchiamento”
E’ questo il titolo del libro, ultimo sforzo letterario di Andrea Scanzi, giornalista, scrittore, sommelier e degustatore AIS. Giovedì 31 gennaio 2008 presso l’Hotel Ceffri di Monselice, Andrea, o meglio il sommelier Scanzi della delegazione di Arezzo, ci ha deliziato della sua presenza per presentarci la genesi del libro, alcuni retroscena e aspetti meno noti che ci hanno fatto ancor più apprezzare questo bellissimo libro che in poco più di 300 pagine ci porta a scoprire i “10 migliori vini italiani (secondo l’autore!) e i trucchi dei veri sommelier”, come recita il sottotitolo del libro).
Autore eclettico, vulcanico e appassionato, Scanzi ci ha intrattenuto disquisendo sia sui vini che lui giudica i migliori vini italiani, ma soprattutto dei “signori” del vino.
Ci ha parlato di Flavio Roddolo, l’uomo-nebbiolo, l’iconografia del coltivatore langarolo, che produce tra l’altro un Dolcetto d’Alba Superiore che nell’annata
Poi si è passati a parlare di Lambrusco, un vino leggero, beverino ma che deve la sua tipicità alla terra da cui proviene, sia come terroir che come spirito dei produttori-vignaioli: l’Emilia. Qui non si poteva non nominare il Campanone di Lombardini che unisce al colore vivo e brillante del lambrusco l’esperienza di chi ama e viva la propria terra.
Andrea è poi passato al sud con l’Aglianico del Vulture Don Anselmo 2001 di Paternoster. Vino di grande struttura, ma con sentori strani, di pietra focaia… perché prodotto in una terra di vulcani, appunto il Vulture.
Non si poteva finire soffermandosi sul vino che e’ considerato il “mito dei miti” dei vini italiani: il Sassicaia della Tenuta S. Guido di Bolgheri. Ci ha parlato dell’incontro con il marchese Niccolò Incisa della Rocchetta, l’attuale proprietario della rinomata cantina dell’entroterra livornese, che gli ha raccontato della genesi del Sassicaia prodotto con uve cabernet franc e sauvignon impiantate su un terreno che inizialmente era coltivato a grano, olio e foraggio. Potremo qui continuare a raccontare altri aneddoti e “segreti” dei 10 migliori vini indicati da Scanzi, ma volutamente tralasciamo per non “svelare” al lettore curioso di leggere il bellissimo libro.
La serata è poi continuata con la degustazione dei vini dell’Azienda Borin Vini & Vigne di Monticelli di Monselice. Alla presenza di Gianni e del figlio Giampaolo, dopo una necessaria presentazione dell’azienda, abbiamo potuto degustare e apprezzare l’uvaggio bordolese Zuan 2004, la cui degustazione in anteprima è stata fatta da Andrea Scanzi, al superbo Fiore di Gaia, un moscato secco di eccezionale struttura e gradazione (ben 14%), per poi passare al Pinot bianco Monte Archino 2006, al nobile merlot Vigna Foscolo 2006 e concludere in “dolcezza” con il Tintodoro moscato giallo 2006.
“Elogio all’invecchiamento”, un titolo che sottende due invecchiamenti: quello del vino ma anche delle persone che conservano i segreti di come produrre il vino. Scanzi, conclude il suo libro con queste meravigliose parole.
“Credo che invecchierò. Non credo bene come il Brunello Biondi Santi. Non credo bene come Biondi Santi stesso.
Credo che raccontare un vino sia raccontare il passato, comprendere il presente, scrutare (non senza sgomento) il presente.
Credo che il vino sia come la musica, uno splendido cavatappi per le emozioni.
Credo, sempre di più, che nell’eterna lotta tra figli e padri, gli unici a vincere siano i nonni. A distanza. Con discrezione. Quasi immortali, certo indimenticabili”.
Grazie Andrea per questo tuo contributo al mondo del vino! Ci auguriamo che l’AIS di Padova sappia sempre più cogliere queste occasioni di cultura e di formazione.
Stefano De Marchi
Lo bevono tutti, ma nessuno lo apprezza fino in fondo.
Io non ho mai bevuto un Prosecco pienamente convincente. Piacevoli sì, ben fatti, ma tutti o quasi anonimi, poco caratterizzati.
L'altra sera ho provato un Prosecco di Valdobbiadene Brut La Gioiosa. Si trova in molti supermercati, costa poco meno di 10 euro. Lo riconoscete perché la bottiglia è particolare, si chiama Claxa, la parte inferiore ha una protezione fissa termica che dovrebbe garantire il mantenimento della bassa temperatura una volta estratta dal frigorifero. Un Prosecco con la solita nota caratteristica di pera, fruttato e floreale, fragrante, esile in struttura e con poca persistenza. Insomma, il "solito" Prosecco da happy hour (**++), non esattamente memorabile.
Mi chiedo, vi chiedo: sono tutti così i Prosecco? E' questa la loro cifra stilistica media? Sono tutti à la Carpenè Malvolti (linea base, il Dry Cuvée Ore è degnissimo)?
Credo di no. Aziende di Conegliano e Voldobbiadene come Althe'a, Adami, Andreola Orsola, Bellenda, Bellussi, Bianca Vigna (anche in versione ferma), Bisol & Figli, Bortolin, Bortolomiol, Sorelle Bronca, Canevel, Col Vetoraz, Conte Collalto, De Faveri, Il Colle, La Farra, La Tordera, Le Bertole, Le Colture, Le Vigne di Alice, Follador, Masottina, Merotto, Nino Franco, Ruggeri, Sanfeletto, Spagnol, Villa Sandi, e altre sembrano dimostrare il contrario.
Compitino per il futuro: approfondire le potenzialità (e la conoscenza) del Prosecco.
La guida che preferisco, dedicata ai ristoranti, è quella di Slow Food. Ma non è perfetta. Nella mia zona vengono citati ristoranti scarsamente meritevoli e dimenticate osterie pregevoli.
Alti e bassi, insomma.
Quando sono in giro, mi piace comunque provare ristoranti Slowfood.
Sabato scorso sono stato all'Osteria La Botte Piena di Montefollonico, tra Pienza e Torrita. Esiste da 4 anni. E' un enoteca a due piani, grande carta dei vini (anche se solo o quasi toscani).
Al piano superiore c'è un camino splendido, che per motivi insondabili sabato era spento. Sempre per motivi insondabili, sui tavoli ci sono delle candele (bella idea) che però poi non vengono accese dai camerieri.
E' un'osteria che punta su bruschette di vario genere, taglieri di salumi e formaggi di pregio, pasta fatta in casa (la specialità sono i pici) e carne. Al centro di tutto c'è il vino e il concetto stereotipato (ma bello) di osteria. Mi è sembrata una Taverna Pane e Vino (Cortona) 2.
Le materie prime sono ottime, la "cucina cucinata" sufficiente. Un po' troppo pan grattato (e olio) nei pici alle molliche, non troppo saporite le bruschette, buona la tagliata con rucola e pomodorini (io però ci aggiungerei scaglie di grana, come all'Agrisalotto di Cortona). Di pregio, come detto, i taglieri. Non ho provato i dolci (non li provo mai).
Per pasteggiare ho provato un Avvoltore 2001 (recensito nel post precedente). I ricarichi sono onesti e capisco che tra i rossi ci siano "solo" toscani (e ce ne sono a centinaia). Forse è una scelta estrema, ma siamo pur sempre a due passi da Montalcino e Montepulciano (in carta ci sono comunque anche Chianti, Supertuscan, Bolgheri, Morellino, etc).
Un buon posto, non memorabile. Servizio un po' lento, corretto ma poco intimo, a mio avviso in fase ancora di rodaggio. Cucina abbastanza abbondante. Prezzi onesti. Per me è un 6.5.
Da provare, per farsi un'idea.

Ho fatto un errore che un blogger non dovrebbe mai fare: trascurare la sua creatura.
Il fatto è che non sono un blogger, quindi tutto sommato potete perdonarmi.
A mia discolpa fornisco tre attenuanti:
1) Sto scrivendo il libro nuovo (eccheppalle Scanzi, ce l’hai detto mille volte, vedi di finirlo una volta per tutte).
2) Ho cominciato una collaborazione con il blog (strepitoso) di Ubaldo Scanagatta, riuscendo in pochi giorni a calamitare l’attenzione benevola di molti e malevola di una meravigliosa claque stonata di detrattori anonimi (in tutti i sensi). Sono stupendi. Sembrano quasi veri.
3) Ho fatto a sportellate con un bravo telecronista tennistico, Federico Ferrero, che ha peccato di eccesso di zelo ed è scivolato sulla sua stessa buccia di banana (ma il ragazzo è bravo, deve solo modulare quel surplus di permalosismo che è umano).
Ciò detto, ci sono serate che ti danno risposte. Che ti rimangono dentro. Che ti fanno capire che, ogni tanto, capita che i tuoi scritti sono andati oltre te stesso.
Elogio dell’invecchiamento ha toccato corde che non credevo potesse toccare. Ieri, a Monselice, è stata una serata splendida. Più di 60 persone per la mia presentazione, nella quale rivestivo il ruolo totalmente immeritato di “ospite d’onore”. Tutte le copie (50) vendute, dediche, applausi, affetto. Davanti avevo l’Ais di Padova, quindi un pubblico attento e competente.
Devo ringraziare tutti, per l’affetto e la gentilezza. A un certo punto mi sono sentito così “di successo” che sembravo quasi Moccia (poi, per fortuna, la malevola sensazione è passata).
Ringrazio il matematico sommelier Stefano De Marchi, il capo delegazione Bruno Maniero, la famiglia Borin e i loro vini (degnissimi: ne parlerò diffusamente, e non solo dei loro: ho provato il meglio della produzione dei Colli Euganei).
Uno dei relatori, a un certo punto, ha avuto l’ardire di sostenere che “negli ultimi 10 anni, sul vino, solo due cose belle sono uscite: Mondovino ed il libro di Scanzi”. Fortunatamente non è vero. In questi anni è nato Porthos, sono usciti i libri di Massobrio e Cipresso, sono stati girati Sideways e A good year (vabbe’, A good year). Ma è bello sentirselo dire.
Cara Monselice, cara Padova, cara Ais, ieri mi avete fatto capire che il mio libro è davvero “un caso”, che ha fatto breccia in molti cuori, che su di me riponete attenzioni e aspettative importanti. E le riponete anche in questo blog.
Ebbene, ragazzi, io sono solo uno scriba innamorato del vino, ma vi giuro che farò di tutto per giustificare gli applausi.
Grazie di tutto. Grazie davvero.
Domani, 31 gennaio, sarò ospite della delegazione AIS di Padova.
A partire dalle ore 20, presenteremo Elogio dell'invecchiamento, degusteremo un bordolese della zona (lo Zuàn 2004 di Borin) e, al termine dell'incontro, ceneremo insieme.
La serata avrà luogo presso il ristorante Villa Corner di Monselice (Padova), all'interno della struttura alberghiera Il Ceffri.
Mi hanno detto che sarò sottoposto a un amichevole fuoco di fila. Sarà divertente (spero).
Ahinoi, il periodo caldo della stesura del nuovo libro prosegue. In più, come se non bastasse, in queste settimane ho seguito con attenzione e divertimento l'edizione degli Australian Open (forza Tsonga!).
Spero, presto, di poter tornare a postare qui una volta al giorno.
Giovedì prossimo presenterò il libro a Monselice, ospite di una cena-degustazione organizzata dagli amici della Delegazione Ais di Padova. Sarà, credo, una bella serata.
Oggi, invece, mi va di postare alcune recensioni degli ultimi vini degustati, tutti toscani (che per me è quasi strano).
Grattamacco Bolgheri Rosso 2005 ***
Il "base" di una delle aziende che preferisco di Bolgheri. Un Bolgheri onesto, piacevole, da tutto pasto, con l'erbaceo del Cabernet Sauvignon che non si fa prevaricare dal rovere. L'azienda usa anche una piccola percentuale di Sangiovese, che a Bolgheri non è mai memorabile (il migliore è forse di Michele Satta), ma che nel blend può aiutare a rendere l'abbinata cabernet-merlot meno facilona e più elegante. Il vino di punta, assai lodato, è il Superiore.
Chianti Classico 2005 Renzo Marinai ***
Idem come sopra, anche se qui parliamo di sangiovese in purezza. E' il "base" di un'azienda in crescita, biologica certificata, che ha fatto parlare di sé principalmente per la Riserva 2004. Questo Chianti Classico non è indimenticabile, ma gradevole sì e territorialmente onesto.
Cortona Syrah 2005 - D'Alessandro
In Elogio ne parlo spesso, per i cortonesi (e zone limitrofe) come me l'azienda D'Alessandro è il punto di riferimento del syrah. Ma non solo per noi concittadini: il loro Bosco è indubbiamente uno dei syrah italiani più encomiabili. Questo è invece il base, meno pregiato ma comunque dai sentori nitidi di spezie (pepe), bella struttura, tannino ruspante. Non incredibile la persistenza, discreta l'eleganza. Probabilmente va un po' aspettato. L'annata 2004 mi aveva convinto di più, qui siamo "solo" su una sufficienza, come per i due vini precedenti. Comunque una bottiglia sicura, se volete al ristorante un vino sui 15-20 euro.
Chianti Classico 2005 - Isole e Olena ***
Non la migliore edizione del Chianti Classico “base” per un’azienda che, giustamente, è ritenuta tra le migliori della zona (siamo a Barberino Val d’Elsa, il vino di punta è il Cepparello). Isole e Olena è grande interprete del sangiovese, fedele al territorio e agli scherzi del clima. L’annata 2005 ha prodotto un vino meno caratterizzato, con struttura tenue. Godibile, ma un passo indietro rispetto alla media qualitativamente alt(issim)a dell’azienda.
Pongelli Doc Rosso Piceno 2006 – Bucci ***+
L’annata 2005 mi aveva colpito per la squisita freschezza. La 2006 ha forse più frutto cotto, ma resta una tipologia di vino – per serbevolezza, acidità, struttura “educata” – perfetta per confutare chi ritiene inconcepibile (ad esempio) i vini rossi con il pesce. Classico vino da tutti i giorni (ma di livello).
Vignanova 2004 – Cooperativa Agricola Paterna ***++
Finalmente un sangiovese aretino meritevole. Paterna è una frazione nel Valdarno aretino, tra San Giustino e Loro Ciuffenna. Attaccata alla Cooperativa – biologica – c’è un ristorante slow food, L’acquolina. Il Vignanova è un sangiovese in purezza che fa della tipicità e della bevibilità le sue prime ragioni d’essere. Bene anche al naso, che dopo le difficoltà iniziali ad aprirsi svela le sue note di frutta, fiori e leggere note erbacee. Un vino piacevolissimo, a un prezzo molto competitivo. Lo consiglio senza remora alcuna.
Montevertine 2002 - ***++
Ecco: il sangiovese (o sangioveto) deluxe lo trovate a Montevertine. Il vino di punta è il noto Pergole torte, il base è il Pian del Ciampolo. Il Montevertine sta nel mezzo, l’annata 2002 (notoriamente) è stata sfigata. Eppure il vino in oggetto, esile e quasi timido, ha una freschezza strepitosa, un’alcolicità che non opprime (12), eleganza discreta e a distanza di più di cinque anni mostra forma invidiabile. La famiglia Manetti ha fatto, e fa, tantissimo per la piena valorizzazione di un vitigno che può essere tutto e niente.
Girolamo Russo Etna 2004 - ***
Un Etna più bevibile e meno ambizioso del Guardiola Tenuta delle Terre Nere. Altro vino da tutti i giorni.
Delas St. Espril Cote du Rhone 2004 Rouge - ***+
70 percento di Syrah con 20 percento Grenache e restante Mourvedre e Carignan. Ha bella forza, speziatura tipica del Syrah (anzitutto pepe), sentori di frutta rossa matura. Forza e tannini irruenti. La struttura e l’importanza ne impongono la stappatura con piatti che lo giustifichino.

Assolo – Medici Ermete & Figli ***++
Uno dei Lambrusco reggiani più noti e lodati. Bello fruttato, deliberatamente morbido (ma senza dimenticare la freschezza), per i reggiani “alternativi” è troppo nazionalpopolare per convincerli appieno. Questioni di lana caprina: nella sua tipologia è impeccabile.
Riserva dei fratelli - Ca’ de Noci - ***+
Metodo classico reggiano da uve spergola in purezza. Molto interessante, anche se il primo impatto al naso è molto “da vino vero”, cioè fecce e quant’altro (la famosa “puzzetta”). L’azienda, va da sé, lavora in maniera naturale. Bel colore, acidità spiccatissima, buon perlage e una forza detergente che è il suo principale vanto.
Sottobosco 2006 Ca’ de Nioci - **+
Lambrusco reggiano da uve grasparossa, malbo gentile e maestri. Decisamente troppo rustico al naso, troppo corto in bocca. Non mi ha convinto. Classico vino naturale “troppo” naturale.
Corte degli Attimi Lambrusco di Sorbara – Fiorini ***+
Uno dei Lambrusco di Sorbara più interessanti. Rispetto ai Chiarli e Cavicchioli è più carico al colore, di maggior struttura e con una inconfondibile nota di mela cotta. L’ho bevuto da una Magnum gentilmente regalatami dal produttore durante la presentazione al Paguro Caffè di Reggio Emilia. Assaggerò con curiosità il rosato, Curtis in Lama, da Lambrusco di Sorbara e pinot nero.
Barbera d’Alba Quass 2004 – Pecchenino ***+
La Barbera vera deve avere acidità da vendere, questa ce l’ha. Potente, austera, non del tutto equilibrata (va aspettata ancora un po').
Dolcetto di Dogliani Sirì d’Jermu 2006 – Pecchenino ***++
L’ho bevuto giovane, è stato un infanticidio. Ma ero curioso: Pecchenino è uno dei nomi sacri di Dogliani. Giustamente: il Sirì d’Jermu è l’archetipo del Dolcetto di Dogliani, bello fruttato e polposo, accattivante e con spiccata personalità. Con il tempo smaltirà l’eccesso di frutta all’olfatto, per aprire un bouquet più composito. “Obbligatorio” assaggiarlo, per capire che gusto “deve” avere il Dogliani (ora Docg) cru, destinato all’evoluzione. Di Pecchenino non ho ancora assaggiato il Bricco Botti, ritenuto in azienda il vino di punta, più evoluto e con maggiore affinamento in legno. Ho invece in cantina una bottiglia di San Luigi 2005, splendido dolcetto base.
Dolcetto di Dogliani Vigna Pirochetta 2005 – Cascina Corte ***
Un vino che consiglio per chi vuole capire cosa si intende per “serbevolezza”, cioè grande bevibilità. E’ un vino educatissimo, di struttura esile, molto indicato per il pasteggio e per chi vuole che il vino non prevarichi mai sul cibo. Forse difetta in personalità, è su questo che i bravi coniugi Barosi dovranno lavorare per migliorare il loro progetto biologico, già encomiabile (e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo).

Torniamo a parlare di vini degustati. Alcuni (Hispida, Eresia, Guardiola Tenuta della Terre Nere) hanno avuto un articolo a loro interamente dedicato. Di questi vini, qui, non riparlerò
I prossimi tre post, uno al giorno, ospiteranno le recensioni degli ultimi vini che ho assaggiato. Alcuni li conoscevo già, altri no.
Gran Rosso del Vicariato – Cantina Sociale di Quistello ***++
Il Lambrusco mantovano più ispirato della zona. Ne parlo a lungo anche in Elogio. Quistello si trova a Mantova. E’ un Igt (il nome Lambrusco non è ancora troppo accattivante), un blend (come tutti i Lambrusco mantovano). Il vitigno principe, qui, è il viadanese, che lo distingue dagli altri Lambrusco emiliani. Molto colorato, bella spuma, piacevole fruttato e buona acidità. Perfetto per conoscere il Lambrusco mantovano.
Pruno Nero – Cleto Chiarli ***
Da uve Grasparossa di Castelvetro, il Lambrusco tipico del sud di Modena. Più colorato e fruttato del Sorbara. Con meno personalità rispetto al Vigneto Cialdini (sempre di Cleto Chairli: ***+), ma gradevole.
Nivola – Cleto Chiarli ***+
Il Lambrusco “nero” di Chiarli, da uve Salamino e Grasparossa. Spuma cremosa, grande bevibilità, buona persistenza per un Lambrusco e piacevole freschezza.
Lambrusco Il Campanone – Lombardini ***+
Il Lambrusco da provare per capire cosa si intende per Lambrusco Reggiano da tutti i giorni. Rispetta fedelmente il territorio, ben fatto, senza inutili pretese estetizzanti. L’azienda lavora bene anche sui rosati e il Sorbara.
Lambrusco Vigna Migliolungo Vendemmia 2006 – Cantina di Arceto ***++
Fatto in collaborazione con l’Istituto Agrario “Zanelli” di Reggio Emilia. I cultivar presenti sono 40, di cui 21 Lambrusco (alcuni praticamente estinti). Uno dei Lambrusco più preziosi, originali e meritevoli del panorama italiano. Arceto è a due passi da Scandiano.
Ottocentonero – Albinea Canali **++
Da uve Salamino, Grasparossa e Ancellotta (per dare ancora più colore). Paragonabile al Nivola di Chiarli, ma con meno respiro e personalità. Onesto ma non pienamente convincente.