
V
enerdì scorso sono stato a Pàvana, nell'appennino Tosco-emiliano, luogo reso celebre da canzoni e libri di Francesco Guccini. Era in programma l'anteprima-presentazione del (bel) libro di Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini, Di questa cosa che chiami vita (Il Margine Editore).
L'articolo è uscito stamani sulla Stampa.
Guccini non è mai stato divo, non si è mai autocelebrato, non ha mai avuto sovrastrutture. Men che meno poteva averle nel mulino della sua infanzia, circondato dagli amici di sempre (credo che le foto rendano l'idea dell'atmosfera informale).
Lo svolgersi ruspante della giornata mi ha fatto nuovamente pensare a quella malattia contemporanea che è l'essere astemi.
Come scrivo ironicamente nelle 10 cose che pensavo prima di questo libro (ma pure dopo averlo scritto), i capitoletti che introducono e chiudono Elogio dell'invecchiamento, "Gli astemi mi fanno un po' paura".
Ecco: l'altro giorno sono andato nella migliore libreria di Arezzo, Il viaggiatore immaginario, in pieno centro. La gestisce il dotto Gianpiero Bracciali, phisique du role alla Baricco e una propensione a essere "libraio vero", di quelli che sanno leggere e parlare, consigliarti, invogliarti.
Mi ha consigliato quello che per lui è uno dei libri migliori del 2007, edito da Giunti. Si intitola L'ombra dell'eroe, è del messicano Ignacio Padilla.
Non l'ho ancora letto, ma neanche a farlo apposta il retrocopertina contiene un riferimento agli astemi che condivido in pieno (e certo condivide anche Guccini). "Mentre parlava, tirò fuori da un cassetto della scrivania una bottiglia di acquavite e me la offrì con aria conciliante. Quando rifiutai, buttò giù un lungo sorso e sentenziò: "Gli astemi nascondono sempre un segreto vergognoso. Qual è il suo, dottore?"".